Archivio per novembre 2011

Risi e fenoci

25 novembre 2011

La foto non c’è, avevo troppa fame e mal di testa e mi è venuta in mente che ne avevo già mangiata la metà. Sarebbe stata comunque quasi un clone di quella del post qui sotto, a parte i cicciolini di carne che nei risi e fenoci naturalmente non ci sono. La ricetta è di quelle tradizionalissime della cucina veneziana, autentica e quindi oggi praticamente scomparsa. L’ho recuperata da un delizioso libro che si intitola Se no xe pan xe poenta, di una signora che si chiama Espedita Grandesso, che quando vedi un nome così non puoi far altro che prendere il libro e leggerlo. E poi scopri che ti piace pure. Meglio di così?
Ricetta facile e poverissima, di quando con un po’ di riso e un finocchio si metteva assieme la cena per la famiglia.
Si fa il solito soffritto di cipolla (se vogliamo essere filologici col burro, siamo al nord!), cui si aggiunge dopo un po’ un finocchio tagliato prima in quarti e poi a fettine molto sottili. Si sala e si pepa (!) e si fa cucinare un po’ a fuoco allegro. Si mette il riso, che prima si lascia insaporire e poi si tira a cottura col brodo. Poco prima di spegnere il fuoco si aggiunge formaggio grattugiato, si fa mantecare e poi si lascia lì, a fuoco spento, qualche minuto prima di servire. Tutto qui.

Risi e secoe

22 novembre 2011

 

Oggi è la festa della Salute, assieme a quella del Redentore la principale festa veneziana. Non così eclatante come quella nelle celebrazioni, è tutta raccolta attorno alla basilica del Longhena. Tradizione vuole che si vada alla chiesa passando sul ponte votivo che scavalca il Canal Grande per portare un cero alla Madonna, a perpetua memoria del salvataggio della città dalla peste nel Milleseicento e rotti.
Come già scrissi altra volta, alla Salute si mangia, o si dovrebbe mangiare, la castradina. Ma l’idea di far bollire per ore quel pezzo di carne rinsecchita e color cuoio non mi allettava, per cui ho ripiegato su una ricetta altrettanto tradizionale e non di facile reperimento: risi e secoe.
Le secole sono i pezzetti di carne che dopo la macellazione e il taglio dei pezzi rimangono attaccati alle ossa e che il macellaio con santa pazienza taglia via a punta di coltello. Li si fa rosolare in un soffritto di cipolla aggiungendo pepe ma non sale, che farebbe indurire la carne. Poi li si bagna con vino bianco e brodo, facendoli cucinare una quindicina di minuti. A questo punto si aggiunge sale e cannella, poi si mette il riso e col brodo si tira il risotto.
E’ un piatto dal sapore antico, che in campagna veniva preparato per dar da mangiare ai lavoranti nel giorno della macellazione. La cannella è da un lato un ricordo di quando dolce e salato convivevano abitualmente in cucina ma serviva anche, probabilmente, a mascherare il sapore della carne troppo fresca, che non ci si poteva permettere di buttare anche se erano insignificanti pezzettini che andavano consumati seduta stante.

 

Gli alberi della Biennale

19 novembre 2011

Ai Giardini della Biennale, gli alberi sono venuti prima dei padiglioni. Non questo, naturalmente: non è nemmeno un albero ma è talmente bello e così perfettamente rappresenta le nozze di natura e artificio che qui si celebrano, da farti venire il sospetto che Carlo Scarpa abbia voluto studiarne e disegnarne ogni voluta del fusto.
Ai Giardini c’erano prima gli alberi, che ottennero il diritto di non essere toccati nella progressiva costruzione dei vari padiglioni nazionali. Qui l’architettura si insinua fra i grandi tronchi; li sfiora, li contiene, li chiude a volte in improbabili vetrine.  Ma una volta tanto non gioca il ruolo dell’invasore che tutto occupa e tutto distrugge. Anzi, la millimetrica e lentissima crescita dei tronchi anno dopo anno ribadisce l’inevitabile vittoria dell’animato sull’inanimato.

Siamo alle ultime battute dell’esposizione di quest’anno, che ha battuto ogni record di visite ma è anche, a mia memoria e per quel che posso capire, una delle più deludenti. Soprattutto nei fine settimana torme di turisti affollano ancora padiglioni e Arsenale, girovagando fra installazioni ormai traballanti e già palesemente pronte ad essere dismesse e dimenticate. Ancora una settimana, poi la nebbia che in questi giorni è già scesa fitta riprenderà definitivo possesso dei Giardini, come per assicurar loro un inverno di tranquillità in attesa della prossima kermesse.

La faccia come il culo

16 novembre 2011

Nella mia terra natìa, avere la faccia come il culo significa non conoscere vergogna, far qualunque cosa senza scrupoli e senza pudore. Il titolo di questo post, quindi, non è un apprezzamento estetico nei confronti della madama qui sopra ritratta (seppure), ma un giudizio etico.
Non paga di non conoscere vergogna per quel che ha fatto col mandato che le è stato affidato, ha chiuso il suo regno da barzelletta con un colpo di mano che a lei sembra probabilmente un capolavoro di sagacia. Poveraccia, adesso che è rimasta col culo – pardon, con la faccia – per terra, si sarà voluta garantire una cattedra adeguata alle sue capacità professionali. Scommettiamo che la troveremo presto a predicar di merito alla Parthenope?

Per questi tempi di vacche magre

15 novembre 2011

Essenziale, rispettoso, professionale: quando c’è la classe cos’altro serve? Su un muro dalle parti dell’Accademia.

C’era una volta

8 novembre 2011

Nella città dei bottegai era successa una cosa che era piaciuta a tanti, oserei dire quasi a tutti. Un lunedì pomeriggio erano apparse in un piccolo campo di fianco a piazzale Roma una ventina di bancarelle piene di frutta e verdura; ce n’era una di formaggi, una di salumi, c’era quello delle uova e quello del vino. Erano un gruppo di agricoltori che un pomeriggio alla settimana arrivavano coi prodotti delle loro aziende e li vendevano direttamente: rispetto ai prezzi da fuori di testa delle botteghe veneziane c’era anche un po’ da risparmiare ma non era soltanto quello: era roba buona, di stagione, appena raccolta e che arrivava alla vendita avendo fatto appena poche decine di chilometri.
Quello del mercato del lunedì era diventato in fretta un appuntamento per molti: non solo veneziani ma anche tanti di terraferma che prima di tornare a casa dal lavoro si fermavano a fare un po’ di spesa. Nato come esperimento per qualche mese, il mercato aveva avuto un successo immediato e per due anni aveva funzionato con il vento in poppa.
Troppo successo, troppo vento in poppa.
Figurarsi se i bottegai potevano sopportare la vista di gente che vende le mele a meno di quattro euro e cinquanta al chilo, o l’idea di potenziali clienti dirottati lontano dalle loro pseudo-gioiellerie. Prima ci hanno provato in tutti i modi: non fanno scontrini, vendono ananas, sono finti agricoltori. Balle su balle: hanno sempre fatto scontrini e non si sono mai visti manghi o papaye su quei banchi. Sicuramente in totale autonomia, la scorsa estate l’esimia assessora al commercio del comune di Venezia ha comunicato che allo scopo di rivitalizzare il quartiere di Santa Marta, il mercato settimanale sarebbe stato trasferito in un pittoresco slargo alla periferia dell’impero, nell’estrema propaggine nord-ovest della città, fuori da ogni percorso e raggiungibile soltanto se si decide di andare appositamente lì.
C’era una volta il mercatino di piazzale Roma. Oggi i banchi superstiti nel sempre più desolato slargo di Santa Marta sono semivuoti, gli agricoltori fanno flanella e ciacolano fra loro e sperano in un “vedremo a fine anno” che pare l’ineffabile assessora abbia a mezza voce promesso. Sono in pochi a crederci, così come sono in pochi a sperare nella raccolta di firme che comunque procede.
Nella città dei bottegai finirà come deve finire: gli agricoltori si stancheranno di buttar soldi e tempo e non verranno più, i cittadini se la prenderanno in quel posto e la casta dei commercianti (Coop in testa, non mi vengano a raccontare che non c’entra niente il fatto che l’unico supermercato della zona di piazzale Roma è la Coop) si fregherà le mani soddisfatta e in cambio del favore tornerà a votare l’immaginifica assessora e la giunta che la contiene.


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