L’antefatto scorre muto sulla sigla di testa: in un parco a New York due ragazzini fanno a botte e uno rompe la faccia all’altro. Il film inizia apparentemente ben oltre l’in medias res: i rispettivi genitori si sono incontrati a casa dell’infortunato e da persone ragionevoli si sono accordati su come gestire la faccenda. Siamo ai garbati saluti di commiato ma qualcosa succede, l’offerta di un caffè e di una fetta di torta e si rientra in quell’appartamento nel quale per 79 minuti, nata quasi non si sa come, i quattro si affronteranno in una spietata e a tratti comica carneficina verbale e psicologica. Non solo una coppia contro l’altra ma, in un gioco di alleanze che continuamente si creano per subito frantumarsi, ognuno dei quattro contro tutti gli altri in un folle psicodramma del tutto involontario e inutilmente represso in cui ciascuno riesce a dare il peggio di sè.
Polanski è un genio e i suoi quattro attori sono straordinari. Da non perdere.
Archivio per settembre 2011
Carnage
27 settembre 2011La pelle che abito
26 settembre 2011
Da La legge del desiderio a Volver, passando per Donne sull’orlo di una crisi di nervi, Che ho fatto io per meritare tutto questo?, Legami, Tutto su mia madre, Parla con lei, Pedro Almodovar ha centrato una serie impressionante di bersagli. Altre volte si è più o meno avvicinato all’obiettivo, con film che magari non convincono del tutto ma nei quali la stoffa del fuoriclasse viene fuori in maniera lampante.
Almeno due volte, per quel che ho visto, Pedro l’ha fatta fuori del vaso: una volta fu con lo sbilenco Kika, la seconda con questo polpettone fantamedico in cui Almodovar affastella senza logica e convinzione tutti i luoghi comuni del suo stile, come se l’unica cosa che gli interessa fosse far vedere quanto è bravo nello scimmiottare se stesso. Racconto sbilenco, personaggi molto al di là dell’improbabile, bordate di melodramma che senza l’appoggio di un solido racconto diventa una palude di melassa. Sconsigliatissimo, evitare con cura.
Domestico tsunami
25 settembre 2011Per due settimane cinque energumeni in varie combinazioni hanno spadroneggiato in casa mia. Sono arrivati due lunedì fa e come un tornado hanno travolto tutto quello che intralciava loro il cammino: hanno occupato ogni spazio disponibile, invaso ogni stanza, piazzato ovunque sacchi e pacchi, casse e tubi, scatole e teli. Poco hanno potuto i miei tentativi di preservare per me almeno un angolo: per due settimane ho vissuto in un mondo alla roversa in cui tutto ciò che era mio non era più mio.
Non potevo lamentarmi, ero stato io a chiamarli. Ma molte volte, in queste due settimane di frenetici quotidiani tentativi di ripulire le poche porzioni di pavimento che potevo raggiungere dalla coltre di candida e finissima polvere che tutte le sere le ricopriva, molte volte mi sono chiesto se il gioco valeva la candela. Ebbene si, adesso che guardo il mio bagno nuovo e pulito, bianco e verde, e ripenso all’orrore di prima, tutto rosa e mazzi di fiori, con una doccia grande come un francobollo e i sanitari color champagne che negli anni Settanta sembravano a mia nonna il massimo della sciccheria, adesso penso che le due settimane di tormento (e di docce fuori casa, e di mattutine abluzioni in cucina) e questa tre giorni di massacranti pulizie di fondo sono state una sofferenza che valeva la pena subire. Scappo, vado a stendere la quarta lavatrice da stamattina (che con le due di ieri fanno sei).
Prospettive
13 settembre 2011Per strada vengo superato da uno sciame di bimbe strillanti, faranno 25 anni in quattro. Giocano a rincorrersi fino a quando una, stremata, dice: “basta ragazze, non ce la faccio più”.
Quell’amica di mia mamma chiamava bambine le mature madame con le quali ciacolava sotto l’ombrellone.
Già lo diceva Leon Battista Alberti: la costruzione prospettica dipende dal punto di vista.
Libertà per chi?
7 settembre 2011
Ci sono due modi per gestire la scrittura di un romanzo di seicento e passa pagine: o si bara o si è capaci di costruire un impianto narrativo solidissimo, in grado di sostenere i salti temporali, i mutamenti dell’io narrativo, l’intrecciarsi delle vicende dei molti protagonisti senza che il lettore perda mai il controllo dell’imponente racconto, che fluisce pacato e avvincente dall’inizio alla fine.
Quelli che barano sono parecchi: si perdono nella calligrafia e cesellano meccaniche sequenze di ardite similitudini (penso a certe insostenibili tirate di Michael Cunningham) esibite come supremo esercizio di stile, oppure giocano sullo spezzettamento della narrazione, perché è molto più facile gestire paragrafi di trenta righe che non capitoli di trenta pagine.
Jonathan Franzen non bara. L’aveva già dimostrato col bellissimo Le correzioni e adesso si conferma scrittore di eccezionale talento. La libertà, eterno sogno dell’american life, è l’ideale sul quale Walter e Patty costruiscono la propria storia d’amore, il matrimonio, la famiglia. Ma come succede che se ciascuno è libero di decidere della propria vita, il risultato non è mai quello che ci si aspetta? Perché la libertà di ciascuno porta sempre a qualcosa di diverso da quello che si sarebbe voluto, frantuma le esistenze, porta a tutto tranne che alla felicità?
Peperone express
5 settembre 2011La dolce metà ha appena telefonato annunciando che entro mezzora sarà a casa per cena col capufficio? Siete sull’orlo di una crisi di nervi perché le cailles en sarcophage sono quasi pronte ma non avrete mai un contorno sbarazzino ed elegante in così poco tempo? Niente paura, ecco qui una cosina veloce ma di sicura riuscita, a base naturalmente di peperoni, vegetale dalle mille risorse.
Olio in padella, fare soffriggere abbondante aglio in spicchi interi (così poi si tolgono) e tre o quattro acciughe. Buttare giù i peperoni tagliati a listerelle, farli soffriggere a fuoco pimpante magari stando attenti a non fare arrivare gli schizzi sul soffitto e soprattutto a che la verdura non si bruci. Sale, pepe e se volete quel tocco di geghegè una bella sventolata di paprika piccante. Quando le rosse striscioline sono cotte ma ancora sode (evitare il pericolo sbobba, il peperone deve alla fine restare leggermente croccante) aggiungere una generosa manciata di capperi sotto sale lasciati preventivamente a mollo una ventina di minuti, mescolare ancora un minuto e poi spegnere.
Distribuire su un elegante piatto di portata e lasciare intiepidire: non va mangiato bollente. Veloce e di sicuro effetto, prima dell’arrivo dell’ospite vi rimarrà anche il tempo di lucidare col sidol la fruttiera di princisbecco.
Album senza parole
3 settembre 2011Note di antropologia spicciola
2 settembre 2011- Frieda, che è la marmellata stamattina? albicocche?
- Ja, Marillen! [in tedesco: albicocche, ndt]
- Ah no, se sò marille no…
L’italiano in vacanza in Tirolo si riconosce al primo sguardo. Addobbato come se dovesse affrontare la cima regina dell’Himalaya o in alternativa come se dragasse via Montenapoleone per lo shopping del sabato, non si schioda abitualmente dalle vetrine e dai bar del paese. Azzarda al massimo una passeggiatina attorno al laghetto, ma che non sia troppo lunga.
E’ chiassoso e pieno di figli adolescenti altrettanto chiassosi e lamentosi, annoiati e sbuffanti, fermamente decisi a non muovere un passo che non sia quello che li porta in gelateria di giorno e in discoteca la sera.
In albergo si accomoda come fosse a casa propria, relegando all’estrema periferia degli spazi comuni tutti gli altri ospiti.
Non si muove senza portatili, il suo e quelli dei figli. La sera dopo cena, quando grandi e piccoli si spaparanzano in gruppi distinti su tutte le poltrone e i tavoli disponibili, lui ci guarda i programmi della tv italiana, loro ci fanno interminabili sessioni di videogiochi.
E’ totalmente refrattario all’uso del tedesco e non azzarda nemmeno un minimalista Grüß Gott [in Tirolo e Baviera: salve!, ndt]. Per i momenti di vera crisi tiene in serbo la razione K di inglese: bred, uoter e zenchiù. In generale, però, ritiene impossibile che qualcuno possa non capire il suo italiano.
Superfluo dire che passa ore appeso al cellulare perché colleghi, amici e parenti non possono stare senza sapere dov’è e che fa, e soprattutto perché anche tutti i presenti nel raggio di almeno cinquanta metri attorno a lui devono saperlo. Quando li ha chiamati tutti, smanetta in silenzio: per strada, a tavola, in seggiovia.
E’ fondamentalmente disinteressato alla cucina locale, che per quanto lo riguarda consiste in: Wiener Schnitzel (spiegaglielo tu che Vienna non è in Tirolo), wurstel con patatine (per lui il wurstel è quello della Coop, fagli tu capire che per un tedesco vuol dire semplicemente piccola salsiccia e che di Wurst ce ne sono decine di tipi) e, proprio quella volta che decide di fare l’esotico, qualche Knödel. Ma giusto uno una tantum, per pagar debito all’idea della vacanza all’estero. Affolla in compenso tutti i locali in cui può trovare pasta e pizza, che divora dicendone peste e corna perché la pasta buona si mangia solo in Italia.
L’italiano in vacanza in Tirolo ha un lato positivo: la domenica dopo ferragosto stipa il suv con milioni di valigie e beauty case con sopra tutte le griffe dell’universo e sparisce, e con lui spariscono le mogli caciarone e firmatissime e i figli annoiati. E miracolosamente il silenzio torna a regnare, le montagne incombono bellissime e da dietro gli angoli spuntano coppie di maturi coniugi arrivati da Stoccarda o Gelsenkirchen, che armati di pedule austroungariche acquistate nel ’56 affrontano con calma, testa bassa e il fiato di un trombonista dei Wiener Philharmoniker sentieri che paion fatti per le capre, e se li incroci ti sorridono e ti salutano col filologico Grüß Gott.
Mentre l’italiano, nel suv imbottigliato nella coda all’altezza del Garda tenta paziente di convincere la moglie che non era cattiva quella marmellata di marille. Parevano albicocche.






























