Archivio per luglio 2011

Sotto assedio (ossia: ci prendete per il culo?)

27 luglio 2011

Ufficialmente tutto è cominciato venerdì scorso, in realtà quel giorno il vaso è soltanto traboccato. In breve, è successo che nella sola giornata del 22 un numero imprecisato (nel senso che non me lo ricordo) di navi da crociera e traghetti ha attraccato tutto in una volta in città, scaricando decine di migliaia di turisti i quali, non avendo a disposizione mezzi pubblici per spostarsi dato che era giornata di sciopero, si sono riversati per le strade bloccando tutto e tutti, come e peggio che nelle ultime giornate di carnevale. Il problema si è protratto nei giorni successivi, acuito dal tempo incerto che ha spinto migliaia di persone in vacanza al mare a riversarsi qua per una gita alternativa alla spiaggia, aggiungendosi alle quote standard di turisti di lungo periodo, di turisti del weekend e croceristi.
I resoconti dei quotidiani sono bollettini di guerra e i residenti sono esasperati. Tutti tranne, naturalmente, albergatori e bottegai che plaudono invece a una stagione turistica col vento in poppa. Il fatto, però, è che ormai il problema del sovraffollamento della città e del degrado causato da uno sfruttamento turistico sconsiderato è diventato una pentola a pressione che sta per scoppiare. Non solo i giornali battono quotidianamente questo chiodo (in prima pagina sul Gazzettino di oggi: Per le calli non si cammina più ma l’assessore sembra contento. A pagina 9: Venezia va in tilt, stritolata da 100mila turisti al giorno) ma si moltiplicano proteste e voci che si alzano da ogni parte a chiedere un passo indietro. Solo due numeri giusto per dare un’idea: dal 1990 al 2010 gli arrivi negli alberghi del centro storico sono passati da 1.250.649 a 2.251.160: un milione di persone in più all’anno, senza contare tutti quelli che non alloggiano in centro o che arrivano e ripartono in giornata. La corsa nel precipizio sembra ormai senza alcun controllo: rispetto al 2010 il primo semestre di quest’anno registra +10% di presenze in città, +6,7% di traffico portuale e +7% di traffico in aeroporto. Dati dal Gazzettino di oggi.
In tutto questo l’amministrazione, sindaco Orsoni in testa, esibisce la consueta spocchiosa noncuranza che ormai caratterizza ogni frangia della classe politica italiana, nega l’esistenza del problema ed elogia anzi la presunta capacità della città di reggere i ripetuti quotidiani assalti. Nemmeno l’ex-sindaco Cacciari si esime dal pontificare stupidaggini: Per quattro giorni all’anno si può sopportare [...] Un grande aiuto per spalmare i flussi potrebbe darlo la Curia, mettendo un biglietto di 20 euro per entrare in basilica. Questo svuoterebbe la piazza o almeno non determinerebbe le code infernali di oggi. E così via, a riprova che non è automatico che un filosofo dica cose intelligenti ogni volta che apre bocca.
Ai “piccoli disagi” che comunque, bontà loro, sindaco e assessori registrano si oppongono soluzioni-farsa, provvedimenti ridicoli che suonano come prese in giro di cittadini che meriterebbero ben altro rispetto. L’ultima in ordine di tempo è la divisione di residenti e turisti alle fermate dei vaporetti. Wow. Intanto si dimenticano due cose, anzi tre: la farsa fu già recitata nel 1995,  fu un fallimento e addirittura l’Unione europea intimò l’alt a una trovata che penalizzava una classe di utenti, i turisti, che già allora pagava tre volte tanto quanto pagavano i residenti. Oggi il biglietto dei turisti costa oltre quattro volte quello normale (sei euro e cinquanta, una follia), ma quella che si recita a partire da ieri è una farsa all’ennesima potenza. Per ora solo alla fermata di Rialto, solo dalle 16 alle 20.30 e con questa modalità: residenti e turisti vengono avviati a due corsie separate ma all’arrivo del vaporetto entrambe vengono fatte salire simultaneamente (paura dell’Europa?), cosicché la calca si forma immediatamente prima del barcarizzo e il caos permane. Ancora Gazzettino di oggi, pagina IV: Separati sui vaporetti ma è sempre ressa. Finirà come la trovatina della linea 3 per soli veneziani, che qualche anno fa funzionò qualche mese e poi finì come era prevedibile che finisse, soppressa con qualche promessa mai mantenuta di aumento delle corse delle altre linee e amen. Sarà solo una presa per il culo in più.

Giornatina pesantuccia

23 luglio 2011

Sveglia alle cinque. Alle cinque e tre quarti in strada perché, causa sciopero mezzi, a piazzale Roma bisogna andarci a piedi. Il bus delle 6,40 per l’aeroporto c’è, siamo nella fascia garantita. Alle otto salgo sul volo per Roma, alle nove sono a Fiumicino, alle dieci e dieci a Termini (il Leonardo Express è un regionale che costa come una limousine ma almeno è garantito in caso di sciopero), alle dieci e mezza sono sul luogo della riunione.
Riunione riunione riunione fino alle due e mezza. Tranne due scivolate con pronunciate note acide riesco anche a mantenere un aplomb quasi sabaudo per tutto il tempo.
Alle due e mezza sono fuori, ma grazie alla professionalità di chi indice riunioni senza una convocazione scritta, senza un ordine del giorno e senza una pallida idea di quanto dovremo stare a discutere, nell’incertezza ho prenotato per il ritorno il volo delle otto. Non mi posso tanto muovere dalla zona perché, mi pare di averlo già detto, c’è sciopero dei mezzi, e poi fa un caldo bestia e io ho definitivamente deciso che Roma è una città che mi uccide. Allora gironzolo per le bancarelle di libri a piazza dei Cinquecento, metto il naso da Mel Bookstore e poi appare LUI, il caritatevole Marcoboh – e subito dopo appare LUI, l’ormai mitico R. Così un po’ di chiacchiere, un caffettino e si fa l’ora di tornare al binario del Leonardo Express.
Alle sei e mezza sono a Fiumicino, alle otto decollo e alle nove atterro. Fine fascia garantita e quindi no bus ACTV: sgancio cinque euro e salgo su un bus privato che mi porta a piazzale Roma, e lì sul vaporetto garantito che fa la spola fino a Rialto. Decido che mi merito almeno un gelato, almeno delle dimensioni di un monumento ai caduti. Spalettando stanco ma felice per la bella giornata trascorsa, alle 22,30 arrivo a piedi a casa: sedici ore e 45′ dopo averla lasciata.
A dimostrazione che noi statali siamo una categoria di privilegiati, chiudo ricordando che una giornatina come questa mi frutta il puro rimborso dei biglietti di viaggio e dei due scontrini di pranzo e cena, non un minuto di straordinario o un centesimo di indennità. Anzi, mi sa che il bus privato del ritorno dall’aeroporto col fischio che me lo rimborsano.

I fuochi del Redentore

17 luglio 2011

Già ho scritto in che modo solitamente festeggio la notte del Redentore. Quest’anno non mi sono discostato dalla tradizione, però al ritorno in città ho voluto arrischiare un passaggio sulla Riva degli Schiavoni, proprio mentre lo spettacolo dei fuochi stava iniziando. Sarà una mia impressione, magari domattina lo vedremo sul giornale, ma mi pare che la bolgia fosse meno fitta del solito.
I fuochi artificiali, in generale parlando, sono una delle cose più sempre uguali a se stesse che esistano. A me, dopo cinque minuti, mi crolla la soglia dell’interesse e non ne posso più. E così mi sono messo a guardare quelli che guardavano i fuochi, e ho tentato di fare qualche foterella. Naturalmente con la macchinetta tascabile e senza possibilità di appoggio, di notte è quasi impossibile avere risultati decenti. Questo è quello che ho salvato, il meno peggio delle poche decine di scatti che ho fatto. Insomma, lo spettacolo è finito da nemmeno un’ora e già sono qua che pubblico le immagini: si apprezzi almeno la buona volontà!

Ci vuole del coraggio

14 luglio 2011

Ieri la giornata era caldissima, forse la peggiore di questa settimana di temperature africane. Il cielo era grigio di afa e soffiava lento e inarrestabile un vento caldo che ti uccideva. Li ho visti per strada, una giovane coppia di turisti. Lui in jeans e camicia, lei coperta dalla testa ai piedi da un angosciante lenzuolo nero che le lasciava scoperti solo gli occhi.
Cercavo di immaginarmi che razza di temperatura quella poveretta poteva essere costretta a sopportare là sotto e in quel momento lui ha iniziato a farsi vento col cappello di paglia, sbuffando. Poverino, aveva caldo.

Eccheppalle, mamma Rai!

12 luglio 2011

Da quindici anni, puntuale come la cagarella dopo una scorpacciata di prugne, mi arriva ogni estate una lettera targata Rai, nella quale mi si comunica che poiché non risulta che io abbia stipulato un abbonamento alla televisione, sono tenuto a provvedere, minacciando accertamenti a mio carico effettuati da una certa Amministrazione Finanziaria. E’ chiaro: cogito ergo sum, sum ergo televisionem habeo.
Il problema, ormai ciascuno lo sa, è che io non possiedo una televisione, non vedo nessun tipo di programma televisivo e, anzi, da oltre dieci anni ho piazzato una libreria di cinque metri per tre contro la parete nella quale si trova l’attacco dell’antenna. Purtroppo, pare che comunicare questa cosa alla Rai sia impossibile: nella lettera non vengono forniti né un numero di telefono né un indirizzo email né nulla che possa servire a far sì che il cittadino entri in contatto con l’Ente. Gli allegati sono il bollettino di c/c per effettuare il versamento e una cartolina prestampata atta a comunicare gli estremi del pagamento. Punto e basta.
Anni fa le provai tutte: rispedii le lettere al mittente (allora era la Rai di Torino che inviava, adesso è quella di Venezia), aggiungendo prima comunicazioni civili, poi sarcastiche, poi offensive. Arrivai a implorare che me lo facessero questo cazzo di accertamento, li invitai pure a cena, tutto purché la finissero.
Niente, mai ricevuto un cenno di risposta e ogni anno la lettera tornava.
Poi mi misi a perlustrare il sito della Rai, e clicca di qua clicca di là trovai accuratamente nascosto nelle pieghe più riposte di una pagina secondaria un link per comunicare col servizio abbonamenti. Scrissi il mio solito messaggio, che non avevo televisione, che non ero tenuto al pagamento di alcunché, che ero disponibile a sottopormi a tutti gli accertamenti del caso a patto che la smettessero di scassarmi i cabasisi. Click, invio, ricevetti un nanosecondo dopo una risposta automatica che mi diceva abbiamo ricevuto, verificheremo quanto ci ha comunicato. Fine.
Effettivamente, per qualche anno non vidi più lettere e pensai che lassù qualcuno mi assiste e che forse ce l’avevo fatta. Poi tutto ricominciò, io rinunciai a rispondere e da allora le lettere sono finite nella pattumiera, come ci finirà quella che è arrivata oggi. Quello che vorrei sapere è: ce l’hanno particolarmente con me oppure scassare i cabasisi dei cittadini è il loro mestiere?

Per la selezione della specie

11 luglio 2011

Sono le tre del pomeriggio, la temperatura sotto il sole sfiora probabilmente i quaranta gradi. Alla fermata del vaporetto si suda come dentro una fornace e fuori non si può uscire perché il sole picchia implacabile. Oltre a me, ci sono pochi altri residenti: qualche signora col carrello della spesa, due o tre ragazzini. Poi ci sono i turisti, le valigie, gli zaini, le mappe, le ciabatte, le macchine fotografiche, il cicaleccio interminabile di cinque, sei, sette lingue sovrapposte una all’altra. Il caldo rende tutti insofferenti: ho un moto di stizza quando un francese con la barba di Noè mi si piazza schiena contro schiena e prenderei a schiaffi l’americana con zaino sulle spalle che si muove nella calca come fosse Carla Fracci col suo tutù, dando botte a destra e a manca.
Il vaporetto arriva, strapieno. La marinaia al barcarizzo è una giovane stagionale che urla alla gente come una pecoraia al gregge: “via! forza! lasciar scendere! lasciar libero! scendere presto! diretto per San Marco Lido sbrigarsi! andiamo!”. Cerco di trovarmi un briciolo di spazio fra ascelle sudate, lo zaino della cretina e giapponesi che vogliono affacciarsi per far fotografie, mentre una signora col carrello ha una mezza crisi isterica non so perché e due spagnoli che prima sono saliti e poi hanno chiesto se andiamo a piazzale Roma, adesso strillano perché vogliono scendere.
Alla fine partiamo. Sono schiacciato contro la parete e il barcarizzo sotto il sole a picco, sudato e puzzolente e odio l’umanità. Guardo la città dall’acqua e poco ci manca che odio anche lei. All’improvviso lo tsunami, l’americana si agita, tutti afferrano quello che possono per tenersi in piedi: un lancione da turismo ci passa di fianco in velocità facendoci ondeggiare come nel mare in tempesta. San Marco splende nel sole con i suoi cartelloni pubblicitari. Vorrei vivere in qualunque altro posto, ma non qui.
Italia Nostra ha invitato l’Unesco a togliere a Venezia lo status di patrimonio dell’umanità, confidando nel fatto che un gesto di tale gravità possa sensibilizzare amministrazione e cittadini nei confronti dell’attuale processo che, fra incuria ambientale ed esasperazione del turismo di massa, sta portando la città al collasso. Per tutta risposta, il sindaco ha reagito con toni isterici scagliandosi contro i passatisti, quelli che dicono sempre di no, quelli che vorrebbero la città più abitata e poi si lamentano della troppa gente. Evidentemente, il caldo dà alla testa anche ai sindaci.
Caro Orsoni, dai retta a uno che ti ha pure votato. Fatti ogni tanto un giro in vaporetto, alle tre del pomeriggio con quaranta gradi. Goditi la tua meravigliosa città in queste condizioni, inebriati del sudore di tutti e cinque i continenti sui carri bestiame dell’azienda di trasporti urbani più cara al mondo. Poi vediamo che succede, magari un primo, microscopico dubbio su quella Venezia che consideri la città del futuro ti viene. Magari.

I dossier di Italia Nostra su Venezia sono qui.

La giustiziera

8 luglio 2011

Ogni tanto la memoria ha bisogno di un aiutino. Era addirittura qualche settimana che cercavo di ricordare il nome della seconda affittacamere presso la quale abitai da studente, una volta lasciata definitivamente la signora Ines e i suoi quarantaquattro gatti. Niente, per quanto bene ne ricordassi i lineamenti, il nome proprio non mi veniva. E invece ieri è bastato passare davanti alla porta di quell’alloggio, nel quale passai due inverni, che puf! nome e cognome mi sono riaffiorati all’improvviso. Ma non li scriverò qui, daremo alla cara signora un nome di fantasia. Signora Agnese, và.
Come ho scritto nell’altro post, quando i miei videro la situazione nella quale avevo vissuto per tutto il primo anno fu chiaro che non sarei mai tornato in quella casa. Trovarne un’altra non era facile allora: gli studenti erano moltissimi e le case non bastavano e c’era chi si doveva adattare a vivere in posti anche molto lontani in terraferma. Attraverso antiche conoscenze dei miei recuperate all’uopo,  trovammo una camera in un istituto di preti a Cannaregio. Non ero molto felice ma col mio solito placido spirito di adattamento pensai che magari avrei nel corso dell’inverno trovato qualcos’altro. In realtà passai da loro solo una notte, perché già il giorno dopo un compagno di corso mi chiese se volevo condividere con lui una stanza doppia a Dorsoduro, guardacaso a poche centinaia di metri dalla casa della gattara Ines.
E così conobbi la signora Agnese, che viveva in un appartamento all’ultimo piano dalle parti della Salute, con stanze talmente basse che quando mi toglievo la maglia sbattevo le mani sul soffitto, ma nel complesso ordinato e pulito. Qui ci viveva lei con una nipote e in più aveva due stanze che affittava a studenti. Nella più grande eravamo noi due, nell’altra viveva una ragazza che faceva l’Accademia di Belle Arti. La signora Agnese era vedova e aveva un figlio che viveva fuori, non ricordo dove, e che io non ho mai visto. Era simpatica e cordiale e girava per casa sempre un po’ sciatta, coi suoi grembiali, le ciabatte e la bionda chioma perennemente spettinata. Rimanemmo di stucco, io e il mio amico, una volta che la incontrammo per strada, nelle Mercerie: in visone, pettinatissima e truccata, sembrava una dama dell’alta società di ritorno dall’atelier delle Sorelle Fontana. In quella casa si stava bene: potevamo portare gli amici a studiare, ci faceva usare la cucina e la sera potevamo stare in salotto a guardare la tv.
Il primo anno, quindi, tutto andò benissimo; il secondo qualcosa cominciò a degenerare. La nipote sparì, sparì pure la ragazza dell’Accademia e il suo posto lo prese un certo Bruno che faceva il cameriere in un ristorante di Rialto. Lo si vedeva si e no ma non ci stava simpatico. E soprattutto, però, la signora Agnese cominciò a essere troppo, innaturalmente allegra. E capimmo presto da dove veniva l’allegria: la trovammo una sera seduta in cucina, la bottiglia sul tavolo e lei che rideva e rideva e faceva girare a vuoto la manovella del passaverdure. Ci rimanemmo malissimo, e ancora peggio ci lasciavano le discussioni con Bruno che potevamo sentire dalla camera, e certe allusioni della signora a penose questioni di soldi nelle quali il personaggio l’aveva invischiata. L’aria era pesante e un pomeriggio tornai a casa e non trovai più la radio che tenevo in camera. Chiesi alla signora: lei non ne sapeva nulla. Dovetti uscire e quando tornai trovai un biglietto sul mio letto: in uno sgrammaticatissimo italiano, su un pezzo di carta scritto su tutte le direzioni, l’Agnese mi raccontava che la mia radio l’aveva portata via Bruno, che lei aveva quel giorno cacciato di casa. L’aveva chiamato al ristorante e costretto a confessare il furto e così, dopo averlo coperto di insulti era andata a riprendere il mio apparecchio. Ricordo ancora che il biglietto, che conservai per tanto tempo e che credo sia ancora in mezzo a qualche libro, finiva con: “Sono tanto amaregiata“.
Cara signora Agnese, quella sera tornò trionfante con la mia radio e l’equivoco Bruno non riapparve mai più. L’anno dopo riuscimmo finalmente a trovare un appartamento con altri studenti e purtroppo la persi completamente di vista. Oggi quella casa è diventata un albergo, sono spariti il tabaccaio e la salumeria e il loro posto è stato preso da gallerie d’arte e localini “tipici”. Della signora Agnese, principessa in visone e ciabatte, non resta proprio più niente.

Minimi indizi

2 luglio 2011

Nella vetrina di una pasticceria a Mannheim. Come dire, la civiltà di una nazione si vede nelle piccole cose.
Non solo per questo, se si capita da quelle parti un pellegrinaggio alla Mohrenköpfle Konditorei mette in pace con molte cose. Alla bilancia per un po’ si può anche non pensare.

Una questione di accento

1 luglio 2011

Ancora alla fermata del vaporetto, quella della Ca’ d’Oro. E’ l’imbrunire e all’improvviso la facciata del palazzo, le logge e i balconi si accendono di un milione di luci colorate. Non vedo bene di cosa si tratta, immagino qualcosa che c’entra con la Biennale anche se da lì mi pare piuttosto un luna park, oppure un tentativo di fare Las Vegas in laguna.
Infatti un americano grande e grosso, che guarda fra l’incuriosito e il perplesso, si gira e mi fa: “casino?”. Vorrei dirgli che in generale si, è proprio un casino. Poi lascio perdere e gli indico Ca’ Vendramin Calergi, laggiù in fondo. E’ la sfumatura di un accento, non capirebbe.


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