Archivio per giugno 2011

Se la gallina muore

20 giugno 2011

La signora arriva mentre sto dando indicazioni a un americano che non sa quale vaporetto deve prendere. Mi lascia finire e poi mi chiede qualcosa a sua volta; rotto il ghiaccio, passa dall’inglese a un buon italiano: lei è veneziano? Dico di si per farla semplice e la signora pare non aspettasse altro: è olandese, col marito è una fedelissima affezionata della città e da molto tempo tornano qua regolarmente, al più tardi ogni due anni.
Però, mi dice, ogni volta la delusione è un po’ più forte: la città soffoca, i prezzi sono spaventosi, la qualità di alberghi e ristoranti sempre più bassa. Questa volta alloggiamo a San Marcuola, mi dice, con quel che paghiamo nemmeno un po’ di frutta a colazione, nemmeno un tè è stato possibile avere. E’ un peccato, era così bella questa città ma adesso non la riconosco più.
Non lo dica a me, cara signora. Sapesse cosa vuol dire viverci in questa ressa perenne, in questa palude di souvenir, gelati, pizze al taglio e pessimi ristoranti potendosi ricordare di quando ancora era una città, con negozi normali per gente normale, con un inverno senza turisti, con le trattorie vere, con un giorno pieno di gente e una notte vuota, che potevi passeggiare per ore e arrivare fino a San Marco e avere la piazza a tua disposizione.
Quanto potrà ancora essere tirata questa corda? Nessuno pare chiederselo: il mercante sa guardare avanti, il bottegaio no. Ha l’occhio fisso sul borsellino, sugli euro che arrivano adesso e subito e non gli frega del domani. Ammazza la gallina dalle uova d’oro per cavarle la pepita dalla pancia, ma è talmente stupido da non accorgersi che se la gallina è morta domani non ci saranno altre uova.

L’architetto e la prospettiva della casalinga

17 giugno 2011

Il ponte della Costituzione è ancora per tutti il “ponte di Calatrava”. A quasi tre anni non dall’inaugurazione (che non c’è mai stata) ma dall’apertura, è ancora tarpato e infastidito dalle impalcature dell’ovovia, inutile monumento al politically correct che si rivelerà l’ennesima occasione che il comune di Venezia non si è lasciata sfuggire per buttar via dei soldi pubblici. Con tutto ciò il ponte è, nel mio modestissimo parere, un’opera non solo molto bella, ma anche estremamente utile ed intelligentemente posizionata.
Non per nulla, infatti, quando negli anni ’30 del Novecento si diede mano in simultanea alla ricostruzione della stazione ferroviaria e alla realizzazione di piazzale Roma, si pensò di spostare qui dagli Scalzi il ponte sul Canal Grande, che sarebbe stato molto più utile a far da collegamento fra terminal automobilistico e terminal ferroviario. Invece l’affare stazione andò molto per le lunghe (quella che vediamo è stata completata nel ’55 o giù di lì) e nel momento in cui si rese indifferibile la sostituzione del ponte ottocentesco di ferro, visto che la riva era completamente intasata dal cantiere si decise di ricostruirlo dove stava, ma in pietra. Checché molti veneziani autonominatisi Proto di San Marco dicessero quando la struttura di ferro di Calatrava fu messa in opera, il ponte qui è molto più sensato che davanti agli Scalzi: offre un collegamento diretto fra le aree est e ovest della città e risparmia l’inutile e involuto giro attorno ai giardini Papadopoli.
Con la sua curva estremamente elegante, le testate in pietra bianca e la struttura in ferro verniciato di rosso, il ponte è indubbiamente l’oggetto architettonico più significativo dell’intera area. Nei primi mesi di apertura il comune si comportò con lui come facevano le mamme una volta, quando davano la cera in salotto: vigili urbani a fare la guardia, cartelli minatori che vietavano il passaggio a carretti e trolley e una infinità di altri divieti tanto inutili quanto ridicoli. Naturalmente tutto questo è finito abbastanza presto e oggi, come si sa, persino i cretini in automobile sono riusciti a salirci sopra.
Invece che con questi provvedimenti, architetto e amministratori avrebbero dovuto in altra maniera adottare un punto di vista da giudiziosa casalinga. Osservando il ponte da vicino, infatti, si vede abbastanza chiaramente come sia l’uno che gli altri non si siano mai posti il problema di come alcune soluzioni progettuali a loro tempo sventagliate come innovative ed esteticamente all’avanguardia avrebbero comportato alti costi di manutenzione e un precoce degrado del ponte. Cominciamo da sotto: la struttura a dorso di dinosauro in ferro dipinto di rosso fa un bellissimo effetto quando si passa sulla fondamenta, peccato che il colore brillante faccia risaltare impietosamente lo sporco che in questi due anni si è depositato e le colature che arrivano dai gradini e dai parapetti. Se è così dopo due anni, come sarà fra dieci? Naturalmente, le testate in pietra sono una irresistibile calamita per i cretini muniti di pennarello, ai quali suggerirei volentieri una collocazione alternativa per questi oggetti.
Altra notazione da casalinga: i parapetti in vetro sono bellissimi ed è una sensazione incredibile salire e scendere la lunga curva del ponte potendo vedere di qua e di là il Canal Grande e il traffico di barche e vaporetti. Però le mamme le finestre periodicamente le puliscono e mi viene da dire che l’amministratore che a suo tempo ha dato l’ok a questa idea avrebbe dovuto pensare che anche questi vetri avrebbero dovuto essere lavati. Dalle foto non si capisce molto bene, ma a passarci oggi è abbastanza deprimente vedere le lastre di vetro impolverate e insozzate di schizzi, colature e adesivi appiccicati dalla solita inesorabile manica di imbecilli.
Il più dolente dei punti dolenti è però quello dei gradini. Nelle prime settimane, i giornali sembravano bollettini di guerra e riportavano quotidianamente la lista dei contusi e dei fratturati. Molti ridevano ma il problema non è da poco: le alzate bassissime, le pedate a dimensione variabile e la sommità leggermente arcuata consentono al ponte di avere la linea snella che ha, ma sono tutto fuorché ergonomiche. Nella sostanza, se non tieni gli occhi piantati a terra stai pur certo che a terra ci sbatti il muso. Nei primi giorni, poi, la carneficina era totale perché una delle principali idee di Calatrava si è rivelata un fallimento: i gradini di vetro con l’illuminazione da sotto avranno anche creato un’atmosfera magica ma chi passava sul ponte era non solo abbagliato dalla luce, ma perdeva completamente la percezione dei gradini. Col buio e i fari accesi sotto i piedi sembravamo tutti zombie e non è stato un caso che dopo tre giorni le luci sono state definitivamente spente, rinunciando così a uno degli effetti più pubblicizzati da stampa e amministrazione. Ma c’è un altro problema: gli inevitabili assestamenti della struttura portano alla periodica rottura delle lastre di vetro dei gradini. Le prime sono state sostituite ma poi il loro costo altissimo ha portato al ripiego di orribili toppe metalliche, che assieme alle macchie nere dei chewing-gum buttati a terra dai soliti eterni imbecilli (e anche qui potrei suggerire un posto più consono dove metterli) danno una generale impressione di trasandatezza.
Insomma, ci sono ancora grandi architetti ma forse ogni tanto un punto di vista più terra-terra, proprio da casalinga che deve tenere in ordine il proprio salotto, non farebbe male.

Fosse stato solo per questo, ne valeva la pena

13 giugno 2011

La faccia di Vittorio Feltri oggi alle tre all’inizio dello speciale di Enrico Mentana su La 7. Il capello depresso, il colorito da candeggio sbagliato, l’espressione catatonica: praticamente un petto di pollo lasciato una settimana fuori del frigo.

Votate, votate, votate!

11 giugno 2011

Visitatore che passi di qua, scusami se oggi non potrò che classificarti in una di queste tre categorie:
- quello che domani andrà a votare;
- quello che domani non andrà a votare convinto;
- quello che domani non andrà a votare perché tanto non serve a niente, perchè non gli interessa, perché deve tagliare le unghie al gatto, deve fare le tagliatelle o la politica fa tutta schifo.
Quelli del primo e del secondo gruppo possono già passare a un altro blog: non ho nessuna intenzione di far cambiare idea ai primi e so benissimo che non potrò far cambiare idea ai secondi.
Ma tu, visitatore che pensi di aver altro da fare o pensi che non sia affar tuo, rifletti su quello che stai facendo. Non è affar tuo un referendum che decide della gestione dell’acqua, il bene più fondamentale per la nostra sopravvivenza? Non è affar tuo un referendum che decide della produzione dell’energia nucleare? Bada, visitatore, non ti sto dicendo vota si o vota no: ognuno ha le proprie idee ma non è possibile chiamarsi fuori da problemi di questa portata, che coinvolgono direttamente la vita e il futuro di ciascuno di noi.
Oltretutto, considera che non andando a votare ti fai complice della pratica odiosa di combattere i referendum con l’arma ingiusta del quorum anziché con quella leale dell’argomentazione su una delle possibili posizioni di voto. Questa volta, poi, la pratica è più spregevole che mai proprio perché, consapevoli che le domande su cui si è chiamati a votare sono così vicine alla vita di ciascuno di noi, i sabotatori si sono buttati a corpo morto sulla strategia del boicottaggio. Hanno provato di tutto per non farci arrivare al giorno in cui possiamo dire la nostra e non ci sono riusciti. Non diamogliela vinta proprio adesso, non facciamoci prendere in giro.
E ricordati che il giro al mare e in montagna puoi farlo comunque, perché si vota anche lunedì mattina dalle 7 alle 15. C’è tutto il tempo anche per chi va a lavorare. Basta volerlo.

Il cetriolo croato

7 giugno 2011

Ho trovato la ricetta su un libro di cucina tedesco, dove si chiama Kroatische Salatgurken. Lì veniva data alla tedesca: 12,5 foglie di prezzemolo tagliate ciascuna in cinque pezzi, 1,83 grammi di sale, lasciar cuocere 13′ e 42″ fino ad ottenere un coefficiente di morbidezza di 12,3 e così via. Io preferisco tradurla all’italiana, e cioè tutto a pressappoco. Che tanto viene buona lo stesso, anche con la lieve variazione che dichiarerò a tempo debito.
Affettata sottile abbondante cipolla, l’ho fatta appassire con 150 g. di pancetta a cubetti e un cucchiaino di paprica dolce. Si spruzza di aceto e si aggiungono, quando la cipolla è diventata trasparente, un peperone rosso tagliato sottile e mezzo chilo di cetrioli, sbucciati e tagliati a pezzi. Chi si aspetta che il cetriolo messo sul fuoco diventi una pappa acquosa ci rimarrà male: esso resta sodo e solo dopo 15′ circa inizia a diventare leggermente trasparente. Si regola di sale e pepe e si aggiungono le erbe, ovvero abbondanti prese di dragoncello (questo è fondamentale, se non ce l’avete meglio rinunciare), prezzemolo e basilico tritati. Si fa insaporire tutto e poi si mettono 250 g. di pomodori rossi a pezzi (o in barattolo, non facciamo i sofistici). Si fa cuocere il tutto lentamente fino a che non assume l’aspetto di uno che dice: sono cotto.
Filologia vorrebbe, e qui viene la mia variazione, che si aggiungesse panna acida a legare il tutto ma noi mediterranei possiamo tranquillamente, credo, rinunciarci.

Tutti per uno

6 giugno 2011

Il cinema francese al suo peggio. Un problema serio e drammatico ridotto a storiella da tivù dei ragazzi, dialoghi di disarmante banalità, un racconto che comunque lo metti non sta in piedi neanche con le stampelle.
E su tutto pesa l’inadeguatezza di Valeria Bruni Tedeschi, che avrà anche studiato con Patrice Chéreau ma che quando apre bocca ti fa cascare le braccia. Bravi, simpatici e carini i quattro ragazzini ma, appunto, non si esce dall’estetica dei Ragazzi di Padre Tobia. Da evitare, o al massimo da portarci i nipotini una domenica che piove. Ma portandosi un giornale, però.

Cosa resta della Sensa

5 giugno 2011

Lo Sposalizio del mare viene celebrato, pare, dall’anno Mille o giù di lì. Oggi per la mille e undecima volta, o giù di lì, il reggitore di colei che fu la Serenissima e che oggi è questo impoverito parco di divertimenti (una volta era il Doge, oggi è molto più modestamente il sindaco) uscirà in mare dalle bocche di porto di San Nicolò e gettando un anello nei flutti proclamerà l’antica formula: Desponsamus te, mare. In signum veri perpetuique dominii. Poiché tradizione sempre volle che questa festa si celebrasse nel giorno dell’Ascensione (da qui il veneziano Sensa), che cade quaranta giorni dopo Pasqua, abolita la festa si è trasferita la cerimonia alla domenica successiva.
Per quanto posso giudicare, non mi sembra che la Sensa abbia conservato in qualche modo un posto particolare nella cultura e nel cuore dei veneziani di oggi. Niente di paragonabile, per esempio, alla festa del Redentore che cadrà fra poco più di un mese. Domattina ci sarà la cerimonia, cui seguirà la tradizionale regata. Ci sarà qualche telegiornale, si faranno un po’ di foto e il resto sarà il solito show ad usum turistorum. Chissà piuttosto se qualcuno ha fatto in modo che le navi da crociera si tengano alla larga dalle bocche di porto finché c’è la barca del sindaco: sarebbe penoso vederla farsi da parte per far passare, bucintoro dei giorni nostri, l’ultimo gioiello della Costa Crociere.

PS: l’immagine l’ho presa da qui.

Homo Biennalicus

1 giugno 2011

Il primo contatto l’ho avuto ieri mattina. Alle nove, sulla riva degli Schiavoni battuta da un sole agostano, camminava in direzione dei Giardini della Biennale: pantalone nero, stivale a punta nero, camicia nera, cappello nero, impermeabile nero e sopra sciarpone nero, sulle spalle e attorno al collo. Camminava un po’ spento, in una temperatura che per lui avrà superato, immagino, i 50 gradi centigradi. Spero che abbia raggiunto vivo l’ombra caritatevole dei padiglioni. Siamo nella settimana delle inaugurazioni della Biennale e la città straripa di esemplari di Homo Biennalicus, specie enigmatica che appare ogni due anni quando si inaugura la Biennale Arte e poi si immerge, dicono gli etologi, in un lungo letargo che dura fino all’inaugurazione della Biennale successiva.
L’Homo Biennalicus lo riconosci in primo luogo da cosa si mette: di tutto, a patto che dichiari in qualche modo la sua vena eccentrica. Ci sono gli esemplari eclatanti, come i due calvi signori ultrasessantenni che qualche edizione fa giravano tutte le inaugurazioni camminando fianco a fianco in due identici tailleurini rosa confetto. Sono finiti su tutti i giornali, per loro la missione ha potuto dirsi compiuta. In generale, però, l’Homo Biennalicus si accontenta di più moderate bizzarrie. Come il tipo in nero, per esempio, o altri che ho visto nel pomeriggio: uno tutto normale ma con una scarpa gialla e una nera e una tipa altrettanto standard ma che girava con una specie di frittata sulla testa che immagino volesse essere un cappello ma che pareva piuttosto una trippa di maiale lavorata all’uncinetto. Vanno molto i tagli di capelli angoscianti, le borse di tela con logo Biennale, le figlie men che decenni al seguito. Fondamentale è essere sempre al telefonino, a passarsi e ricevere informazioni sulle manifestazioni in corso: vieni all’Ungheria c’è una performance, ah no, è la donna delle pulizie oppure dai dai, sono alla Fondazione Prada, ci stanno le tartine al salmone.
L’Homo Biennalicus, infatti, contempera ragioni dell’arte e ragioni del corpo. Non va dimenticato che molti di loro si sono sottoposti alle più incredibili traversie per avere il prezioso cartoncino che concede di varcare gli ingressi blindatissimi di Giardini e Arsenale. C’è chi si finge redattore di riviste d’arte dell’Africa Equatoriale, chi gallerista cileno, chi accampa diritti perché il bisnonno ha vinto nel 1906 un premio di pittura al circolo ricreativo dei Ferrovieri. Ma il privilegio di accedere alle ancora misteriose (per noi tutti)  sedi espositive, che solo da sabato saranno aperte alla massa dei vili paganti, ha per l’Homo Biennalicus poco senso se accanto all’installazione non trova il rinfresco. Possibilmente significativo per qualità e quantità. In queste occasioni manifesta anzi i suoi peggiori istinti: ricordo una signora in cappellino e veletta, anni fa, che aveva raggiunto sgomitando il buffet e senza manifestare la minima intenzione di lasciare la posizione si scofanò di salatini, infilandone anche una consistente porzione nella borsetta. Immagino che altra classe dovranno ostentare i fortunati invitati agli eventi top, come la cena di Pinault questa sera alla Fondazione Cini o quella della Fondazione Prada a Ca’ Corner della Regina. Osservavo già ieri pomeriggio in Strada Nuova folate di presumibili invitati a manifestazioni mondane di questo tipo: tacchi discreti, abiti forse non sobri ma rigorosi, pochette microscopiche e luccicanti. Darei la palma della vittoria a una signora che era riuscita a infilarsi in un sacchetto rettangolare rosa carico, che partiva dalle spalle e arrivava alle ginocchia, con una riga di velluto nero sulla schiena. Sembrava un’astrazione geometrica di Audrey Hepburn, lo so che è difficile da immaginare ma do la mia parola che era così.


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