Beh, i miracoli accadono: per una volta io e il furettomane la pensiamo su un libro allo stesso modo.
Non è un brutto romanzo, ma scivola via come acqua fresca e lascia poche tracce dietro di sè. E’ sintomatico, credo, che il film che James Ivory ci ha cavato non lo faccia in un solo momento rimpiangere. Anzi, il libro stesso sembra scritto avendo in mente la sceneggiatura che qualcuno avrebbe potuto ricavarne.
Per quattro quinti libro e film procedono in totale parallelismo e corrispondenza. Verso la fine, quando il romanzo si slabbra e comincia a procedere un po’ a tentoni verso la chiusura, il film resta invece molto più concentrato e consequenziale, sfrondando l’inutile zavorra che sembra un po’ messa lì per fare volume. Un prodotto di abile mestiere, da tenere per un viaggio in treno. La vera letteratura è altrove.
Archivio per aprile 2011
Quella sera dorata
26 aprile 2011Cin cin
24 aprile 2011
Lo so che lo spritz ti piace con l’Aperol e anche se non sono d’accordo, visto che oggi è la tua festa facciamo come vuoi tu.
Tanti auguri vecchia ciabatta, e per carità niente depressioni per il tempo che passa e la ruga che segna il contorno occhi. Non sono pochi ma li porti splendidamente e se nessuno, vedendo me e te vicini, potrebbe pensare che tu sei più giovane di me è soltanto perché io li porto ancora meglio!
Mi raccomando, attento agli stravizi fra oggi e domani, che alla nostra età la chiappa pesante può diventare elemento non indifferente di affaticamente precoce. Baci.
L’uovo a Pasqua
22 aprile 2011Ed eccolo qua, finalmente, uovo di Pasqua superlusso palpitante, pronto sulla rampa di lancio per l’entrata in funzione. Ancora non sappiamo quando questa avverrà, naturalmente, in fondo non sono nemmeno due anni che il Ponte di Calatrava – pardon, della Costituzione – è stato inaugurato, mica abbiamo fretta di vederlo senza impalcature. Dopo anni di patemi e di paturnie ormai definitivamente alle nostre spalle, dopo una fase di test di cui poco o nulla sappiamo, l’ovetto potrà iniziare a transitare da una parte all’altra del Canal Grande. Quanti saranno quelli che lo preferiranno al vaporetto che parte dallo stesso posto e arriva cinquanta metri più in là, ancora più comodo per andare in stazione? Lo vedremo, il mio presentimento è che l’ovetto finirà per arrugginire sui suoi ingranaggi e che fra qualche anno (come si è fatto per un aggeggio analogo già montato nei pressi dell’ospedale Giustinian) quatti quatti lo smonteranno. Il politically correct, però, è salvo e quanto ai soldi, se ne buttano già talmente tanti che quelli investiti per l’uovo sono solo una pagliuzza al cospetto di una montagna. Tutto è bene quel che bene finisce.
Ah già, la puntata precedente della piccola saga è qui.
Lo Scarpa ritrovato
21 aprile 2011Ogni tanto una notizia mediamente buona c’è. E’ stato restaurato e riaperto al pubblico il negozio Olivetti sotto le Procuratie Vecchie in piazza San Marco, realizzato da Carlo Scarpa nel 1959. Io lo ricordo ancora così come si vede nella foto, con le macchine da scrivere e le calcolatrici esposte in vetrina, ma quando la Olivetti lo lasciò il negozio divenne una ignobile bottega di paccottiglie e si consumò una delle tante vergogne che affliggono questa città.
Io (lo dico a voce bassissima) non sono uno di quelli che cadono in deliquio davanti a ogni bullone disegnato da Scarpa. Devo ammettere che, anzi, questa spasmodica cura del dettaglio mi mette un po’ d’ansia e riconosco che la generale divinizzazione induce in me, come sempre, una specie di moto contrario. Sul fatto che questo negozio sia un capolavoro, però, credo non ci siano dubbi, così come penso sia meritevole di ogni lode il fatto che il FAI sia riuscito a ottenerlo in gestione e a permetterne a tutti il godimento. Sinceramente mi dispiace che la Soprintendenza si opponga a un suo utilizzo come sede per piccole mostre: le ragioni saranno nobilissime ma questo trasformare ogni cosa in museo di se stesso mi lascia qualche perplessità. Comunque la buona notizia resta: fra una borsetta e uno strafanto di finto Murano, le mandrie che transitano in ciabatte sotto i portici davanti alle sue vetrine potranno vedere un pezzo di vera bellezza. Poi starà a loro decidere se fermare lo sguardo o passare oltre.
La fine è il mio inizio
18 aprile 2011
Un film che promette e non mantiene. La storia di un padre (Tiziano Terzani – Bruno Ganz) che sentendosi vicino alla morte richiama il figlio (Elio Germano) dagli Stati Uniti per passare con lui i giorni che gli restano e affidare a lunghe conversazioni, registrate e poi trascritte dal figlio, una specie di testamento spirituale.
E’ un film più parlato che agito, ambientato in una sorta di paradiso terrestre – una località sull’appennino tosco-emiliano che fornisce inquadrature veramente spettacolari. Ma è anche un film artificioso, costruito, didascalico nei dialoghi e superficiale nella ricostruzione dei personaggi e del rapporto che li lega. E anche invasivo nel doppiaggio, che ha dovuto adeguarsi alla caratterizzazione tutta esteriore e sopra le righe di Bruno Ganz. Un film, per farla corta, parecchio noioso.
Primavera
15 aprile 2011Ci risiamo, quando il glicine fiorisce la primavera è arrivata. Sulle cancellate e sui muri di cinta dei giardini esplodono cascate di grappoli rosa e lilla dall’intenso profumo. Dureranno pochi giorni ma sono i giorni più belli, quelli che ti fanno capire che il peggio è passato e che il freddo, la nebbia, il buio per un po’ saranno solo un lontano ricordo.
Il gelsomino – pardon, il rincospermo della cancellata dei Giardini della Biennale ancora si trattiene ma milioni di gemme sono spuntate fra le foglie scure che hanno passato l’inverno. Per loro ci vuole ancora un mesetto ma intanto la fioritura di alberi e arbusti è cosa fatta e i giardini offrono scorci sontuosi.
L’odiata macchinetta
8 aprile 2011
Un vento di rivoluzione soffia sulla laguna e accomuna cittadini di destra, di sinistra, di centro, di sopra e di sotto in un unico, imponente moto di insubordinazione. Al grido di no al bip migliaia di abbonati ACTV protestano contro l’obbligo introdotto il 1 aprile di passare la tessera dell’abbonamento davanti alle macchinette validatrici, sempre e comunque, ogni volta che si sale su un mezzo. Che uno dice: l’abbonamento ce l’ho, posso farlo vedere ai controlli ma perché mai devo cercarlo, tirarlo fuori ed esibirlo ogni volta che salgo? Dall’altra parte l’azienda dice che solo così può monitorare il flusso dei viaggiatori e salvaguardare la qualità del servizio.
A me, con rispetto parlando, sembrano un po’ tutte stronzatine, sia da un lato che dall’altro. Personalmente cosa ci sia di così tremendo nell’estrarre una tessera e passarla davanti all’aggeggio prima di salire non lo so. Ci si abitua a cose molto più complicate e credo che per chiunque sia possibile trovare un posto fisso per tenere la tessera il più possibile a portata di mano. Diciamo che secondo me ci sono ben altri motivi per essere furibondi con l’ACTV. Stronzatina maggiore mi sembra, però, la questione del monitoraggio. L’unica cosa che il bip consente di monitorare è l’afflusso di persone alle singole fermate, non potendo esso rilevare naturalmente né le destinazioni di chi prende il mezzo (e quindi i tragitti effetivamente compiuti), né quale dei diversi mezzi che utilizzano quella fermata l’utente prende. Se faccio bip alle Zattere, ad esempio, come fanno i rilevatori a sapere se prendo il 2, il 51/52 o il 61/62? Che significato ha un dato così generico?
In ogni caso, mi sento di dare un messaggio di speranza. Le locandine messe a pubblicizzare la nuova norma dicono che chi viene beccato a non fare bip si becca una multa di 6 euro. Un controllore sull’autobus qualche giorno fa diceva che al momento hanno avuto indicazione di non fare multe, che forse le faranno dal 15 ma forse anche no. Insomma, è la solita minestra del far tutto a pressappoco.
Nullo, Niente e Sufficiente
5 aprile 2011Nullo, Niente e Sufficiente erano tre fratelli, figli di un padre romagnolo e anarchico. La passione dei romagnoli per i nomi, diciamo così, fantasiosi è largamente nota soprattutto da quando Tino dalla Valle pubblicò, qualche decina di anni fa, il suo La Romagna dei nomi. Di Niente e di Sufficiente non ne ho mai conosciuti, ma di Nullo almeno due. Dopo aver letto il libro ho fatto un rapido excursus dell’indice dei nomi posto in coda, appuntandomi le cose più eclatanti. Quelli che seguono sono i miei preferiti, in ordine alfabetico:
Alba di Libertà Proletaria, Anismeronza, Antavleva (per i non romagnoli: non ti volevo), Chirie Eleison, Dinamitarda, Doloresdelrio, Electrificazio, Formaldeide, Godolina, Insalatina (ma c’è anche Lattuga), Palmirotogliatto, Jella, Logaritmo, Rotaia, Tundra, Zabariona.
Il gioco è proseguito individuando nell’indice i nomi di persone che io ho direttamente conosciuto. Vediamoli:
Adele, Adua, Africo, Alieto, Altero, Anacleto, Argia, Aurelia, Azelio. Di Benita e Benito non son pieni i fossi ma ce ne sono ancora, Decio era un mio professore al liceo, Denise un’amica di mia sorella, Derna un’altra prof e Diva una cugina di mia mamma, figlia della zia Dalma. Edo il tabaccaio di fronte a casa, di Egisto ne ho tre o quattro, così come di Elettra, Elide, Elma, Elvezia, Enea. Poi ci sono Fabiola, Fanny, Fidalma, Fiorello (un vecchietto secco secco che abitava vicino a me), Florio, Gilda, Gioele, Iames (sic), Jader, la risorgimentale Mentana e la letteraria Metella. La Nara era un’amica di mia mamma, così come la Nives e l’Osanna, Natale era un mio zio, Oberdan un amico di famiglia. Poi ci sono Odetta e Ombretta, Ortensio e Ramona, Raoul (temo ispirato da Raoul Casadei) e Riziero, Rodingo, Rosella (con una s), Tarcisio e Tatiana (sorella della Natascia). Ubalda era la maestra di mio fratello, poi conosco un Valter con la v e infine Wagner doveva chiamarsi mio padre e William si chiama un altro zio, mentre la Zaira è o era una celebre bagnina di Cesenatico.
E adesso un’integrazione. Questi nomi non sono nell’indice ma io li conosco:
Nelide e Milvia sono altre amiche dei miei, la Benitia aveva una gelateria e sua sorella si chiama o chiamava Rometta (giusto per ribadire le idee politiche di papà). Vasinto si è chiamato così perché nessuno sapeva come si scrive Washington, e allo stesso modo il fratello di mio padre si dovette chiamare Schyller. Mia zia invece era Ivonne. Della Natascia sorella della Tatiana ho già detto: un altro bimbo chiamato a glorificazione degli eroi di oltrecortina era Tito Yuri, da ragazzino mio compagno di conservatorio. Poi ci sono Elmo, Leopoldo (mio nonno), Nazaria, Ivan, Redente e Velia. E per finire l’impagabile Eurosia, che tanti anni fa ebbe dalla sorte l’ingrato compito di insegnarmi il catechismo. Giuro che l’ha fatto nel migliore dei modi, sono io il soggetto irrecuperabile.
La buoncostume all’assalto
4 aprile 2011Ieri pomeriggio, verso le cinque. I due turisti guardano la signora da sotto, sbigottiti. Lei è di mezza età, dritta e dura come un Obersturmführer del III Reich: tailleur giallo canarino, camicetta bianca accollatissima e messimpiega immacolata e laccata stile Rita Levi Montalcini. Loro sono padre e figlia, lui sui cinquanta e lei sui venti. Si sono seduti, come centinaia di altre persone, sulla riva in faccia alla stazione, a godersi il sole di questo pomeriggio di domenica quasi estivo.
Non capisco perché la tipa se l’è presa proprio con loro: “Alzatevi immediatamente, voi state mancando di rispetto a me e a tutti quelli che abitano in questa città e pagano le tasse. Vergognatevi, alzatevi immediatamente o chiamo la polizia. Subito! Via!” Parla così, per ordini secchi senza possibilità di discussione. Mi chiedo se dopo di loro ha intenzione di far alzare tutti gli altri, novella Don Chisciotte delle barene. Il padre cerca di reagire, coglie la parola “polizia” ma non riesce a capire perché. Ripete in inglese e con tono pacato: “ma che vuole?, non capisco signora, mi spiega cosa sta succedendo?”. La vecchia prosegue imperterrita la sua litania di comandi: “andateve immediatamente, vergognatevi, in questa città ci sono dei bambini!”.
Improvvisamente capisco: la ragazza ha un vestito corto e le gambe nude. La corazzata beghina contro quelle combatte: un paio di gambe di una sana ventenne seduta a prendere il sole. La ragazza si sente aggredita e scoppia a piangere, continuando a non capire. Il padre allora taglia corto, si alza e la porta via.
Né io né gli altri che con me hanno assistito alla scena siamo intervenuti, per un semplice motivo: la vessillifera della pubblica morale non ci avrebbe messo un attimo a chiamare vigili o polizia che da quelle parti stazionano in abbondanza e anche se tutto sarebbe finito sicuramente in niente, la farsa chissà di quanto sarebbe stata prolungata. Però poi non sono riuscito a non avvicinarmi ai due, lui perplesso e lei in lacrime.
“Non preoccupatevi, questa città è piena di vecchie matte”
“Voleva chiamare la polizia? perché?”
“Per via delle gambe”
“Ma è vietato dalla legge?”
“Si figuri, certo che no. Fatevi una risata, non prendetevela, era solo una vecchia matta”.
E li ho lasciati lì, rinfrancati ma ancora perplessi. Strano paese, avranno pensato: in alto un governo fondato sul bunga-bunga, per strada paladine della buoncostume a fare scenate per un paio di gambe.
Risi e luganega
2 aprile 2011Qualche tempo fa al mercato di Mestre ho trovato per la prima volta la luganega da riso, una salsiccia tradizionalmente prodotta a Treviso e non molto diffusa altrove. E nemmeno molto appetitosa a vederla, con quel colore bianco-grigiastro che la fa assomigliare a un Weisswurst di una certa età.
Non è neanche il massimo per chi sta a dieta, visto che è fatta principalmente con la pancetta di maiale. Però la tentazione di provare il vero riso con la luganega è stata troppo forte e così l’ho comprata. Il piatto è semplicissimo: bisogna cuocere il riso in brodo abbastanza abbondante, in modo che asciughi ma solo fino al punto che il tutto resti alla fine più simile a una zuppa che non a un risotto. A metà cottura circa si aggiunge la salsiccia, spellata e fatta a pezzi. Questa velocemente si disfa e rende il tutto saporitissimo e cremoso. Condire con un po’ di formaggio e voilà, una volta ogni tanto si può fare. Magari il giorno dello sciopero dell’ACTV, così poi una bella camminata rimette il colesterolo al suo posto.













