I gatti della signora Ines

Parecchio tempo fa raccontai come fu che arrivai a Venezia.
La situazione degli alloggi per gli studenti era allora disastrosa: prima dell’invenzione del numero chiuso, fra ca’ Foscari e architettura (che sono due università diverse) eravamo migliaia e riempivamo ogni buco disponibile, in qualunque condizione. Tramite un conoscente di mio padre che viveva qua e che mise una buona parola, mi fu detto che c’era un’affittacamere che aveva un posto per me. E così andai a vivere dalla signora Ines C., che abitava in una grande casa a due piani con giardino, dalle parti della Salute.
Era metà novembre del 1978: arrivai da lei una sera parecchio tardi, trascinando l’enorme valigia che mia mamma aveva stipato fino all’inverosimile, con una nebbia che non si vedeva da qui a lì. Il vaporetto mi aveva scaricato a una fermata che non era quella che pensavo e avevo dovuto fare un bel pezzo a piedi sbagliando strada chissà quante volte. La signora Ines mi accolse, mi portò in una camera al piano terra con due letti, mi fece vedere dov’era il bagno e mi spiegò che il mio compagno di stanza era un altro studente che in quel momento era fuori e che avrei conosciuto al suo rientro. Passai chissà quanto tempo seduto sul letto ad aspettare l’arrivo di questo sconosciuto, rifiutando l’idea di farmi trovare già addormentato. Poi, persa ogni speranza, mi misi a dormire. Il tipo arrivò in piena notte, facendo come se io non esistessi. Non mi degnò di uno sguardo, né sarebbe stato più espansivo nei giorni successivi. Probabilmente, per lui ero solo un rompiballe.
Con la luce del giorno iniziarono le sorprese.
La casa era vecchia e malridotta, molto malridotta. Aveva un portego al piano terra, un grande salone passante che l’attraversava tutta e andava dall’ingresso sulla calle fino al giardino sul retro. E stanze di qua e di là, abitate da un numero imprecisato di pensionanti, studenti e qualche impiegato. E poi gatti, gatti e ancora gatti. Rinunciai presto all’idea di contarli, erano sicuramente qualche decina. Vivevano in giardino e dappertutto in casa: ovunque c’erano gatti e odore di gatto.
Poi c’era un cane, un grosso e vecchio cane marrone che passava la vita in cucina, al piano di sopra. E in cucina ci stava pure la mamma della signora Ines, una vecchietta con gli anni di Noè seduta ad ogni ora del giorno, e forse anche della notte, su una sdraio pieghevole davanti alla tv, con un gatto sulle ginocchia. Nel salotto invece c’era una gabbia con un criceto grande come un sambernardo. La signora Ines aveva lavorato e adesso era in pensione. Non usciva mai: di giorno sfaccendava in casa e in giardino, poi la sera tardi metteva sul fuoco un pentolone pieno di inenarrabili schifezze, che bollivano tutte assieme ed erano la cena dei gatti. E poi cominciava lo spettacolo: verso l’una usciva in calle con tutti i gatti dietro, ed altri ne arrivavano dai dintorni, e a tutti distribuiva mestolate di orrida sbobba.
Dopo pochi giorni, fui promosso e trasferito al piano superiore, in stanza col nipote della signora Ines che studiava pure lui. Da questo momento persi completamente i già labili contatti coi pensionanti del piano di sotto e diventai una specie di ospite privilegiato. Chissà perché. La prima mattina andai in bagno con le mie cose, iniziai a radermi e mi sentii osservato. Sentii un fruffff mi voltai e su un trespolo in un angolo c’era un gigantesco pappagallo, un ara rosso giallo e blu che mi guardava fisso. Desiderai morire.
A ripensarci adesso mi sembra impossibile di aver vissuto così per un intero inverno, accettando tutto come se non esistessero alternative. A casa non raccontai nulla, tornavo il venerdì sera e non facevo parola della casa cadente e piena di masserizie, dei gatti, del pappagallo davanti al water. Poi successe che per il primo maggio i miei vollero venire in gita a Venezia, e nonostante tutti i miei tentativi non riuscii a non farli venire a casa. Davanti alla Ines mio padre rimase tranquillo e sorridente, poi mi prese da parte e mi disse di fare la valigia. Riuscii a calmarlo, l’anno era ormai alla fine e per l’inverno successivo avremmo trovato un’altra soluzione. E così fu, non tornai più dalla signora Ines e finii con un amico in un sottotetto  poche centinaia di metri più in là, in una situazione per certi versi altrettanto surreale ma tutto sommato almeno igienicamente più a posto.
Oggi la casa della signora Ines chissà a chi appartiene. E’ stata restaurata e quando ci passo davanti e guardo la finestra di quella che fu la mia prima camera, così leccatina con gli infissi belli nuovi e le tendine e il portone d’ingresso coi vetri colorati penso a quella prima notte tanti anni fa, con me seduto sul letto ad aspettare questo scemo che non arrivava e a sobbalzare ogni volta che sentivo dei passi in calle, come se ad avvicinarsi fosse Jack lo Squartatore.

 

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6 Risposte a “I gatti della signora Ines”

  1. marcoboh Dice:

    magari era davvero lo squartatore. ma squartava solo fuori casa.

  2. vorreispiegarviohdio Dice:

    Pensando alle cose e alle situazioni che eravamo capaci di sopportare da giovani, mi rendo conto di quanto siamo invecchiati.

  3. La giustiziera « winckelmann in venedig Dice:

    [...] della seconda affittacamere presso la quale abitai da studente, una volta lasciata definitivamente la signora Ines e i suoi quarantaquattro gatti. Niente, per quanto bene ne ricordassi i lineamenti, il nome proprio [...]

  4. Gina Dice:

    Dovevi vedere quella casa qualche anno dopo, il pavimento del bagno di sopra si era sfondato e lei continuava ad abitarci, con meno gatti e il cane da te descritto ridotto ormai ad un fantasma.
    Io però preferisco ricordarla quando da piccola ci trascorrevo le estati dalla nonna ( la vecchia sulla sdraio) con mio fratello, prima che i gatti l’invadessero e si trasformasse nell’antro degli orrori.
    L’immenso salone si prestava ad un gran numero di giochi e il giardino che ci accoglieva assolato era il nostro rifugio pomeridiano, quando in casa regnava il silenzio interrotto soltanto dal tubare dei colombi.
    Oggi passo davanti a quella casa, guardo i balconi al piano terra e sbircio all’interno perchè lì sono stata piccola.

    • Winckelmann Dice:

      Impressionante, e quindi tu saresti la nipote della signora Ines? E quindi quell’altro nipote simpaticissimo che era in camera con me era magari tuo fratello o un altro cugino tuo? Il mondo è veramente microscopico!…

  5. Gina Dice:

    Beh…lo è diventato anche di più dopo l’avvento della rete! Comunque , si sono la nipote della signora Ines e non sai il piacere che mi ha fatto ritrovare mia nonna ritratta nei tuoi ricordi. La nonna Giovanna è stata un mito per me, minuscola e straordinariamente operosa fin quasi alla sua dipartita. Mi faceva letteralmente impazzire quando dava indicazioni ai turisti americani in perfetto veneziano, scandendo le sillabe che così “secondo lei” la capivano meglio. Quelli la guardavano attoniti, eppure seguivano il suo eloquente gesticolare nel tentativo di decifrarne il codice.
    Vederli ripartire, con lo zaino in spalla, nella giusta direzione la riempiva d’orgoglio…chissà se poi arrivavano dove volevano andare. Io ho sempre creduto di si, perchè la nonna era una donna molto sicura del fatto suo e una volta stabilito il suo obbiettivo lo perseguiva fino in fondo.

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