L’anno si chiude col ricordo della bella mostra su Jean Siméon Chardin a Ferrara, che ieri io, vorreispiegarvietc. e l’ormai mitico A. abbiamo nobilitato con la nostra augusta presenza.
Mentre il tg1 ci informa che Estremo Oriente e Mar Rosso sono le mete preferite degli italiani in vacanza natalizia, e ci avverte che per il veglione quest’anno sono d’obbligo capi zebrati o leopardati e che, badate tutti, la mutanda rossa è definitivamente out, resta probabilmente da farsi gli auguri.
Ma di che?
Bah, almeno che nella vita privata di ciascuno di noi le cose vadano nel migliore dei modi. Poi, chi conserva un filo di speranza può augurarsi che questa nazione ritrovi un briciolo di senno e di dignità; chi crede nelle missioni impossibili che la sinistra recuperi uno straccio di leader; i mattacchioni che Sandro Bondi vinca il Nobel per la letteratura e si dia definitivamente ed esclusivamente all’ars poetica. Ognuno si scelga gli auguri che vuole, tanto dal 1 gennaio tutto continua come prima.
Buon 2011, buona sopravvivenza.
Archivio per dicembre 2010
Auguri?
31 dicembre 2010Heimat
29 dicembre 2010Natale con i tuoi. A Natale si molla la laguna e si scende nella terra d’origine, senza fare Giulio Cesare perché bisogna fermarsi un po’ più a nord del Rubicone.
Il giro in centro è sempre più un mesto inventario di quello che non c’è più e un altrettanto malinconico riepilogo di quello che invece è ancora lì. Per esempio il signore del negozio di fiori che vedevo stamattina dietro la vetrina, esattamente nella stessa posizione in cui lo trovavo tutti i giorni quando passavo di lì per andare a scuola, trenta e passa anni fa. Ci sono cose impagabili: l’autista dell’autobus che quando sali ti dice buongiorno, il profumo della piadina che si cuoce quando passi davanti ai chioschi, la farmacista che riconosci dopo un attimo di panne mnemonica e anche se non l’hai più vista dopo la maturità e anche se non è che fossimo grandi amici all’epoca ci chiacchieri per mezzora davanti al banco.
Però stamattina mi chiedevano se ho nostalgia di questa mia terra d’origine. Di getto ho risposto di no. Poi ripensandoci con calma, perché sono un cerebrale e mi piace andare a fondo delle cose, ho deciso che è veramente così: nessuna nostalgia, la mia vita ormai è altrove.
Magico Natale
24 dicembre 2010Vengo da una famiglia sostanzialmente laica, per la quale però il Natale ha sempre costituito un momento di festa importante. Poco spirito e molta cucina, sicuramente, però era bello trovarsi fino in venti attorno alla stessa tavola. Oggi siamo molti di meno, ma veniamo apposta da diverse parti d’Italia per tenere viva questa tradizione.
La sera della vigilia aveva, quarant’anni e più fa, una magia tutta sua. Si cenava, poi si guardavano le comiche di Charlot alla tv in attesa dell’ora della messa. E già, perché alla messa di mezzanotte si andava. E si partecipava all’uso romagnolo: le mamme e i bambini in chiesa, i mariti fuori a chiacchierare. Qualche volta nevicava, e allora era il massimo perché si lasciava a casa la macchina e si andava a piedi, di notte e sotto la neve: il massimo dell’avventura.
Finita la messa, ancora chiacchiere fuori dalla chiesa poi la mamma della Monica, la bambina di fronte, invitava noi e altri amici a casa loro e lì si beveva lo spumante e si mangiava il pandoro, che a casa nostra era considerato oggetto estremamente esotico e da trattare con sospetto mentre dalla Monica, famiglia con qualche velleità trendina, godeva di molto maggior favore rispetto al troppo ruspante panettone. Ma io e i miei fratelli eravamo tesi come corde di violino, perché quello che ci aspettava a casa era il miracolo di Natale. Che ogni anno si ripeteva e che ogni anno noi accoglievamo con uno stupore che non diminuiva con l’aumentare della nostra età.
Succedeva questo: quando uscivamo per andare alla chiesa le luci erano spente e la porta di casa veniva chiusa a chiave. Quando finalmente i grandi avevano finito le loro chiacchiere e il loro spumante e noi tornavamo, già dal vialetto si vedeva che dentro era tutto acceso. Mio padre apriva la porta e l’albero di Natale nel salotto in fondo al corridoio – proprio la stanza in cui mi trovo adesso davanti al pc – splendeva, le lucine lampeggiavano e soprattutto sotto l’albero c’erano i nostri regali. Non so neanche se credessimo alla storia di Babbo Natale, direi di no, secondo me davamo per certo che i regali venissero dai nostri genitori, ma questo gioco di prestigio di far apparire le cose mentre eravamo tutti via ci affascinava. Qui stava la magia.
Un giorno, pochi anni fa, ho chiesto a mia madre chi veniva a preparare la messinscena mentre noi eravamo via: è caduta dalle nuvole. Non si ricordava, forse uno zio che abitava qui vicino, ha detto, o forse mio padre stesso che con una scusa tornava indietro, chissà. Ho lasciato immediatamente cadere il discorso, uno dei ricordi favolosi della mia infanzia non poteva essere intaccato dall’evidenza che negli altri aveva lasciato un segno così trascurabile.
Venezia e l’acqua alta
3 dicembre 2010Fotoracconto senza parole di una passeggiata mattutina coi piedi a mollo. La serie completa sta qui.












