Archivio per luglio 2010

Chiuso per ferie – 1

31 luglio 2010

Sigfrido e la zia

28 luglio 2010

Ho un gran daffare stasera a correggere delle bozze di stampa da consegnare venerdì. Ma sono riuscito ad ascoltarmi la diretta da Bayreuth della Walküre. Mica tutta, figurarsi, è cominciata alle quattro, però tutto il terzo atto si, dalla cavalcata delle strillanti sorelle (quella di Apocalypse now, sehr gut) fino al forzato addormentamento della Valchiria-capo, Brünnhilde, punita da papà Wotan per insubordinazione e costretta a dormire circondata dalle fiamme fino a che un eroe di passaggio non verrà a svegliarla. Succederà nella prossima puntata e l’eroe sarà Sigfrido, un tontolone che le dischiuderà le gioie dell’amore senza che nè lui nè lei facciano mente locale sul fatto che, essendo figlia di Wotan come pure Sieglinde che era la mamma di Sigfrido, la valchiria è la zia del tonto stallone. D’altra parte lo stesso Sigfrido è frutto di amore incestuoso, essendo nato dall’accoppiamento di Sieglinde col di lei fratello Siegmund. Ma qui mi fermo, so che non è facile seguirmi.
Siccome ho da fare, mi tengo sul breve ma sgnacco qui sotto un po’ di cartoline della mia raccolta, che sarebbe il motivo per cui quella volta ho aperto questo blog, anche se mi sto accorgendo che è passato parecchio in secondo piano. Ecco dunque una pittoresca sfilata di elmi alati; se ho capito bene come si fa, passando sopra ogni foto col mouse si dovrebbe vedere il nome della persona raffigurata. Vediamo se ci riesco:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggi lance e corazze non si usano più. Domenica scorsa sulle sacre tavole di Bayreuth persino il cigno di Lohengrin ha perso le penne e si è trasformato in un tacchino volante verso il forno nel giorno del Ringraziamento. Viviamo tempi tristanzuoli, quant’era profeta Alberto Arbasino già cinquant’anni fa!

Scuola di partito

23 luglio 2010


Fino a quando non si sposò, il fratello piccolo di mia mamma era un rivoluzionario che militava nei circoli extraparlamentari di sinistra. Più precisamente nella Quarta Internazionale, che nella mia provinciale cittadina contava la bellezza di sette iscritti. Negli anni attorno al Sessantotto l’attività era febbrile e intensa: si riunivano, discutevano, manifestavano, producevano tonnellate di volantini ciclostilati di una disarmante prolissità, che probabilmente nessuno oltre a loro ha mai letto per intero.
Trotzkista-leninista affetto da sindrome di incondizionata adorazione per la Cina di Mao e feroce nemico della Russia di Breznev, mio zio era anche, ed è tuttora, il più incredibile logorroico che io abbia mai conosciuto. In quegli anni io ero un bambinetto e passavo moltissimo tempo dalla nonna, dove lui e un’altra zia, anch’essa adolescente, ancora vivevano. E così io passavo dall’ascolto silenzioso delle chiacchiere da signorina di mia zia con la sua compagna di scuola del cuore (la Nadia, che io adoravo) all’ascolto pietrificato delle lezioni di marxismo di mio zio, che coglieva ogni minima occasione per mettermi seduto e tenermi interminabili comizi. In queste situazioni, la mia capacità di attenzione credo non superasse i cinque minuti, passati i quali la testa partiva per i fatti suoi pur restando io seduto e apparentemente attentissimo.
La qual cosa dava enorme soddisfazione allo zio, che grazie al cielo non è mai passato dalle spiegazioni alle interrogazioni. Per questo non ricordo assolutamente nulla di quegli infiniti sermoni, se non il mio stare ore su quella sedia a pensare ad altro.
Ricordo invece una scena che si svolse in quegli anni turbolenti: questa volta a casa mia, dove mia mamma, in vestaglia e con messimpiega laccatissima fine anni Sessanta (nel mio ricordo ha anche una roba di strass in testa, chissà se me la sono sognata) stira in cucina la camicetta o il vestito che deve indossare a teatro la sera. E piange, perchè mio zio le sta raccontando con entusiasmo rivoluzionario che lui e gli altri sei hanno preparato una manifestazione proprio per quella sera: interromperanno lo spettacolo e butteranno dei volantini dal loggione. Probabile che uno di loro avesse visto Senso: spero che non gli sia venuto in mente di urlare anche Viva Verdi!
A distanza di tanti anni, non saprei dire se mia mamma piangesse per paura che il fratellino si mettesse nei guai o al pensiero della sua serata a teatro rovinata da questi sette rompicoglioni. Credo la seconda. Per fortuna di tutti noi, pochi anni dopo lo zio si sposò, in chiesa e con una zia che andava e va regolarmente a messa, iniziò ad assaporare le gioie della vita piccoloborghese e un po’ alla volta, pur restando naturalmente e per fortuna uomo di sinistra, preferì dirottare le proprie energie, il proprio tempo libero e la propria capacità di domestico conferenziere verso altri ambiti tematici.
E così, le mie lezioni di mao-trotzkismo un po’ alla volta cessarono, sostituite da seminari di giardinaggio, letteratura, storia della musica, fisica nucleare, semiologia, anatomia, zoologia, cinematografia e ogni altro campo dello scibile umano. Oggi che lui è diventato nonno e io non sono più a portata di mano, il mio posto è stato preso da una bimba dagli occhi ben più furbi dei miei, che lo regge per un minuto e poi gli dice: “ciao vado a giocare”. E lui, adorante, le perdona tutto.

Solo per stomaci forti

20 luglio 2010

No, non ce l’ho ancora col ristorante cinese “hard”.
E’ che ieri, per strada a Mestre, ho visto questo oggetto qui sotto. Poi ho saputo che le sue tv l’hanno abbondantemente pubblicizzato ma io, che la tv l’ho buttata, sono indifeso davanti a certi shock. Non è stato bello trattenere i conati sul quel marciapiede assolato. Gestire un piatto di stufato di intestino di maiale sarebbe stato assai più semplice.

Per moto contrario

18 luglio 2010

Quando tutti vanno in una direzione, io devo andare in quella opposta. Non so cosa farci: non è nè snobismo nè anticonformismo, ma è proprio che l’idea di farmi trasportare, perché lo fanno tutti, in situazioni di sovraffollamento, di confusione, di calca, mi fa drizzare gli aculei e mi  induce alla fuga. E così oggi pomeriggio, passando per le Fondamente Nove e il rio di Cannaregio ho raggiunto piazzale Roma e da lì Mestre, mentre fiumane di folla sudata e festante si riversavano dagli autobus in arrivo verso la città.
Perchè questa è la notte famosissima, che precede la festa del Redentore. Fino a un’ora fa il bacino di San Marco aveva questo aspetto:

dal pomeriggio del sabato migliaia di barche di tutti i tipi, cariche di gente che urla e beve e balla – e più passano le ore che la testa sta sotto il sole a picco più diventano esagitati e sudati, migliaia di barche arrivano da ogni direzione verso il bacino, per aspettare lo spettacolo di fuochi artificiali (veramente eccezionale, bisogna riconoscerlo) che inizia alle 23,30 e va avanti per 40-45′. Chi non ha una barca si accalca sulle rive, dietro le file dei tavoli dove i veneziani consumano la tradizionale cena all’aperto aspettando i foghi.
E tutti urlano, tutti bevono, tutti si divertono e ballano e cantano e sudano e puzzano e vomitano e litigano e si menano. Per me è troppo, devo scappare. Per fortuna ho chi mi sostiene in questa idiosincrasia, e così la fresca aria condizionata del cinema Dante semideserto ci ha accolto, e poi un ristorante cinese di quelli per cinesi (secondo me è un quartier generale della mafia, ma è meglio non indagare), dove non trovi involtini primavera e flutta flitta ma cetrioli amari saltati con la cipolla e lo zenzero o maiale con la cima salata, fino a cose che mi fanno rabbrividire solo a leggerle sul menù e che non avrei mai il fegato di assaggiare. E’ un posto, come dire, un po’ per gente rotta a quasi tutte le esperienze; non mi azzarderei a portarci qualcuno non completamente consapevole di quello che troverà, però ogni tanto fa piacere andarci.
Sono tornato a piazzale Roma giusto in tempo per il primo sbadabang che apriva lo show pirotecnico, e ho fatto la strada fino a casa scegliendo abilmente fra le strade sconte quelle più sconte di tutte, mentre in cielo si scatenava quello che pareva un bombardamento di guerra e ogni tanto, in uno slargo, si vedevano getti di lapilli rossi bianchi o blu incendiarsi dietro la sagoma scura di qualche palazzo.
Tutto è finito mentre entravo in casa. Gli appiedati tornano adesso lentamente verso casa o verso gli autobus, molti di quelli in barca vanno invece al Lido, perché tradizione vuole che dopo i foghi si vada in spiaggia ad aspettare il sole. Mi no, non ho più l’età. Probabilmente non l’ho mai avuta.

Marchettaro luna park

17 luglio 2010


La storia dei nuovi pontili ACTV a Venezia è soltanto una delle varie che stanno segnando l’indecoroso declino di questa che fu una città.
Riassumo brevemente: nelle scorse settimane sono state inaugurate tre nuove strutture di grandi dimensioni che avrebbero il compito di gestire i flussi di traffico, sia per quanto riguarda le persone che i battelli, in tre punti chiave della rete dei trasporti nel centro storico: S. Maria Elisabetta al Lido, la Pietà e i Giardinetti Reali a S. Marco. Benedetti dalla Sovrintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici, i tre pontili hanno suscitato reazioni secondo me abbastanza moderate, fino a quando Vittorio Sgarbi, collezionista di incarichi appena insediato soprintendente al polo museale veneziano, col suo consueto garbo ha sparato a raffica sui progetti, ragionando di “tema della bricola”, di bello e brutto, di stile eccetera.
Il problema esiste: soprattutto al Lido, l’intreccio delle linee e l’afflusso delle persone hanno spesso creato situazioni invivibili, addirittura con risse e interventi della polizia. Premesso che nessuno all’ACTV sembra ancora sfiorato dall’idea che la soluzione principale per lo snellimento del traffico è l’aumento della frequenza dei mezzi (qui su molte linee ancora si viaggia con un motoscafo ogni venti minuti), una riorganizzazione dell’intero sistema di S. Maria Elisabetta era, credo, improrogabile. Non so invece quanto fosse necessaria alla Pietà, dove peraltro il nuovo pontile mi pare dia accesso soltanto alle motonavi e dove tutti gli altri pontili che servono le linee urbane sono rimasti immodificati. In ogni caso, sia al Lido sia alla Pietà non mi sembra si ponga il problema dell’impatto architettonico delle nuove strutture: al Lido, anzi, mi pare che l’intervento qualifichi un’area architettonicamente assai depressa, mentre alla Pietà tutto sommato nulla o quasi sembra cambiato.
Ai Giardinetti Reali, invece, lo scempio è totale.
In fondo, fino all’autunno scorso la zona non era molto cambiata da come Carlo Naya la fotografò nella seconda metà dell’Ottocento. La vedete lassù in apertura: in più, oggi, c’è un ponte e un pezzo di fondamenta davanti agli edifici sulla sinistra e una serie di bassi pontili di legno e passerelle davanti alla balaustra, utilizzati per l’ormeggio di motoscafi, taxi e imbarcazioni private. Durante il giorno, lungo quella balaustra si allestisce un orrido suk di paccottiglie e souvenir made in Hong Kong, ma alla sera d’inverno e più tardi d’estate, chiusi gli orrori dentro i chioschi, il posto diventava una postazione fantastica per uno dei più bei panorami architettonici che cervello umano possa immaginare: il bacino di San Marco, San Giorgio, la Giudecca con le Zitelle e il Redentore, la Dogana con la Salute e l’imbocco del Canal Grande.
Oggi, quello che si vede è questo:







Le foto sono state scattate nell’inverno. Oggi che il pontile è stato aperto, un abbagliante sistema di illuminazione contribuisce alla distruzione della magia di questo posto.
Ma io non voglio dare giudizi sulla qualità architettonica dell’oggetto perchè, checché ne strilli il neosovrintendente con velleità da imperatore, non è questo il problema. I fatti sono che uno dei luoghi più belli di Venezia è stato irrimediabilmente scempiato da un manufatto che, semplicemente, non serve a niente, e che nonostante le dimensioni può ospitare solamente due pontoni galleggianti. Qui sta lo scandalo: questa immane sleppa architettonica non razionalizza nè snellisce nulla, perchè viene e verrà utilizzata soltanto per i collegamenti con l’aeroporto (sembra, anche se ancora le barche fermano ai vecchi pontili), per poche corse giornaliere dei vaporetti della linea LN e per quelle, nella sola direzione Lido-P.le Roma, della linea 2, che passa di qui solo in periodo estivo. Tutte le corse della linea 1 e quelle della 2 verso il Lido restano nel vicino pontile di calle Vallaresso, che deve quindi sopportare la stessa affluenza critica che sopportava anche prima della costruzione dell’astronave. Così quello che succede è che la vecchia fermata di calle Vallaresso continua ad essere intasata e strapiena di turisti stremati e di veneziani sull’orlo del collasso nervoso, mentre gli algidi saloni del nuovo pontile sono luccicanti ma perlopiù vuoti.
Ci sarà una ragione alla base della decisione di compiere questo costoso sfacelo? Al momento mi sfugge, e allo stesso tempo mi sembra che il silenzio più o meno imbarazzato col quale si accolgono gli strilli di Sgarbi faccia il paio con quello altrettanto deprimente che circonda oggi il people mover, il trenino da 16 milioni di euro che è entrato in funzione in aprile e che, a quanto mi si dice, fa i suoi avanti e indietro fra Tronchetto e Piazzale Roma prevalentemente vuoto.

Come in un film…

13 luglio 2010

Immaginate la scena: stamattina prendo il treno a Mannheim, poi l’aereo a Stoccarda, poi il bus al Marco Polo, il vaporetto a Piazzale Roma, arrivo a casa ucciso dal caldo che ho patito (una media di 40° a Mannheim, non so se mi spiego), angosciato dal timore che il contatore dell’acqua si sia riaperto da solo e abbia annegato tutta la famiglia del piano di sotto, trafitto dall’idea di quello che mi aspetta e… trovo un idraulico.
Gli angeli custodi e i santi protettori esistono. Il mio si chiama Zioemilio, benedetto sia il suo nome e il suo baffo, che non solo mi ha ospitato nella notte della tragedia (vedi sotto) ma durante la mia assenza ha cercato l’uomo, gli ha spiegato la cosa e ha coordinato la sua venuta col mio arrivo.
Per ora ha preso visione e mi ha messo una toppa, cioè un tappo, che mi consente di usare l’acqua e quindi di vivere qui stasera. Domani pomeriggio torna e sistema tutto. Sono come Susanna nelle Nozze di Figaro (atto terzo): “Chi di me più felice?”

Sull’orlo di una crisi di nervi

6 luglio 2010

Non so neanche da dove cominciare. Ma adesso che mi sono un po’ calmato mi devo sfogare.
Insomma, stasera verso le sette torno a casa, con una tabella di marcia strettissima: devo fare una doccia, cucinare un po’ di roba che ho in frigo, stirare due cose che mi servono e preparare valigia e tutto il resto per domani, che ho l’aereo a mezzogiorno. E pensare a tutto quello che mi serve, i libri da leggere, le compresse per la pressione, tutti i caricabatteria per tutti gli aggeggi che mi porto dietro, le carte d’imbarco del web-check in, i biglietti del treno.
Vado in bagno, dal rubinetto non esce acqua.
Porco di qua, porco di là, che succede adesso? Hanno tolto l’acqua senza avvisare, ma a quest’ora? O non sarà che qualche demente mi ha chiuso il contatore? Scedo a piano terra: il contatore è chiuso. Smadonno, lo riapro e vedo la lancetta che corre a manetta. Corro anch’io, di sopra: dall’attacco del rubinetto della cucina esce una cascata che Victoria e Niagara insieme le fanno ridere. E realizzo che la cucina è allagata. Ricorro di sotto e chiudo il contatore, torno su e comincio, in pieno stato confusionale, a tirare su tutto quel disastro. Suona il campanello: è quella del piano di sotto, che mi ha chiuso il contatore quando ingresso e cucina di casa sua hanno cominciato ad abbellirsi di graziose cascatelle alpine. Riassumendo:
- sono senz’acqua, quindi non posso nè lavarmi, nè lavare quei due piatti che MALEDETTO ME avevo lasciato nel lavandino pensando di occuparmene stasera, nè cucinare;
- domani parto e starò via una settimana; nel frattempo posso distrami ma
- tornerò in una casa senz’acqua, per cui vedi il punto uno;
- al ritorno dovrò occuparmi non solo di trovare un idraulico in grado di fare questo lavoro, ma anche di come sopravvivere uno, due, tre, quattro giorni in una casa senz’acqua.
Fine della geremiade. La conclusione, per ora, è che non prendendosi nemmeno in considerazione l’ipotesi di annullare il viaggio, ho preparato la valigia, stirato le due camicie che mi mancavano usando l’ultimo resto di acqua in frigo, adesso chiudo casa e vado, profugo e abbacchiato, a casa di un amico che mi consentirà di fare una doccia e, spero, di mangiare un grissino o una crosta di formaggio. Da lì, domattina raggiungerò l’aeroporto.
Una prece.

Visite

4 luglio 2010

Stavo sdraiato sul telo da spiaggia a leggere e insieme a cercare di dare forma e peso a un immaginario attenuarsi della calura – dopotutto erano le sette e il sole pareva prima o poi intenzionato a scendere dietro l’orizzonte delle dune, quando ho sentito qualcosa. Appena percettibile, una specie di ruttino.
Subito l’ho vista, lì a meno di due metri: una signora fagiana con quattro fagianini al seguito. Si è fermata, mi ha guardato con la faccia di chi pensa: “questo è scemo”. Poi è sparita dentro a un cespuglio, coi quattro scavezzacolli dietro.

Troppe salsicce sul barbecue

4 luglio 2010

Passione gay in un gruppo di scoppiati neonazisti che si divertono a massacrare di botte froci e immigrati. Non male come sfida per un racconto.
Solo che a Nicolo Donato (il nome è italiano ma lui è danese e in Danimarca si svolge la storia) il buco nella ciambella non gli è venuto. Ci sono cose buone, a partire dai protagonisti, ma anche altre che non convincono. Quanto farebbe meglio a Brotherhood di durare venti minuti di meno, chiudendosi dopo un acme drammatico ed emotivo benissimo risolto che può perfettamente funzionare da finale. Invece Donato resuscita un personaggio che ha già detto tutto quello che doveva dire e un inutile colpo di scena trasforma il primo finale in un sottofinale, e poichè richiede a sua volta un nuovo altro finale, diventa a sua volta sottofinale del finale vero. Barocchismi inutili e macchinosi, che niente aggiungono e allungano il brodo rendendolo sciapo.
E bene non fanno neppure i calligrafismi da “guardate-qua-sono-un-regista”: la macchina a mano (e te pareva), i primi piani “ti mostro una narice per volta”, le riprese cervellotiche che se ti devo far vedere uno che si fa la barba in bagno lo inquadro dal corridoio traguardandolo da sotto il gomito di un altro che appende un quadro.
E’ un film d’esordio, e a Roma gli hanno pure dato il Marc’Aurelio d’oro (e Alemanno manco ha protestato per il premio a un film di finocchi, o me la sono persa?). Tante cose si perdonano a un esordiente, a patto che per il futuro s’impegni a sottoscrivere che, come diceva Michelangelo, all’opera d’arte ci si arriva “per via di levare”.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.