Quando andai in prima elementare, mia nonna tagliò da un pezzo di pannolenci marrone cinque o sei tondi di misure diverse, fece a ciascuno con le forbici uno smerlo a zigzag e poi li mise uno sull’altro, sotto il più grande e via via quelli più piccoli e fermò il tutto con un grande bottone cucito al centro.
Quello era il nettapenne, per pulirci il pennino della cannetta.
In prima elementare c’erano i banchi da due persone, con un buco in mezzo per il calamaio. E c’era il capoclasse che doveva stare attento ai calamai e quando c’era bisogno doveva prendere il bottiglione d’inchiostro nell’armadio di fianco alla cattedra e riempire quelli vuoti.
A me non pare di essere tanto vecchio, ma quando racconto queste cose mi sembra che potrei essere uscito dal libro Cuore. Mi fa un po’ impressione.
Archivio per giugno 2010
Deamicisiana
28 giugno 2010Permalosi si nasce
28 giugno 2010Ogni tanto mi dicono che sono permaloso. Naturalmente non è vero, per questo quando me lo dicono mi offendo.
La Monica abitava di fronte a casa mia, di là dalla strada. Siamo cresciuti assieme, in una banda a composizione variabile che aveva come membri fissi me e lei, suo fratello, mio fratello e mia sorella e un mio cugino che abitava anche lui lì di fianco. Una volta la Monica fece una festina di bambini nel suo giardino, c’erano pure i suoi cugini che mi stavano molto simpatici. Però lei non me lo disse, lo disse a mio fratello: domani venite a casa mia che facciamo una festina in giardino? I miei fratelli e mio cugino ci andarono tutti contenti, io no. Non ero stato invitato personalmente e solo una cosa avrebbe potuto farmi cambiare idea: che la Monica attraversasse la strada e venisse da me a cercarmi, insistendo con le lacrime agli occhi che io andassi alla sua festina. Naturalmente non lo fece, io aspettai un bel po’ e poi fingendo indifferenza passai e ripassai due o tre volte lungo la rete del giardino. Finalmente lei se ne accorse ma si limitò a dire: non vieni? Io la guardai di sfuggita e dissi che avevo da fare. Lei disse ah! e si rimise a giocare, io tornai a casa giurando che non le avrei parlato mai più.
Invece la Monica la perdonai. Quella che bandii dalla mia vita fu la signora Elvezia.
Che era la mamma di un’amica di mia madre. Altra festina, per il compleanno di un figlio di quest’amica. Questa volta in casa. Tutti i bambini attorno a un tavolo a mangiare la torta e le solite schifezze da festa di compleanno e la signora Elvezia fa il giro con una bottiglia di aranciata. A me mi tiene per ultimo, e già questo non è carino, ma il peggio è che quando finalmente arriva mi dà la bottiglia in mano e dice: tu sei grande, te la versi da solo. L’ho guardata e senza fiatare ho appoggiato la bottiglia sul tavolo. Sono tornato a casa più assetato di un legionario disperso nel Sahara. Alla signora Elvezia, pace all’anima sua, non ho mai più rivolto la parola.
La mattacchiona del Walhalla
24 giugno 2010
La battuta è famosa quasi come chi se l’è inventata: “Per cantare bene Wagner, quello che serve è un buon paio di scarpe comode”. In effetti con lui c’è da stare parecchio in piedi; per il resto praticamente nulla dava problemi a Birgit Nilsson, che governava un impressionante fiume di voce senza un affanno, una disuguaglianza, un acuto che non fosse una lama di luce. Su di lei se ne raccontano tante: cantava Brunnhilde con Karajan, lamentandosi perchè il palcoscenico era talmente buio che non riusciva a vederlo. Karajan, che era regista mediocre tanto quanto era grande come direttore, le diceva di stare tranquilla e di cantare, che ci avrebbe pensato lui a seguirla. Ma la Nilsson si presentò in scena alla generale con un elmetto da minatore, con la pila sulla fronte. Pare che quella volta persino Karajan abbia riso.
Si dice anche che la prima cosa che faceva appena finita ogni recita fosse di bersi un boccale di birra ghiacciata, che le veniva porto subito dietro le quinte. A Mannheim, dopo un Crepuscolo degli dei, questa usanza le fu particolarmente utile: non bevve la birra ma se la rovesciò addosso e mascherò così l’imbarazzante incidente che le era occorso per lo spavento di vedere il suo Sigfrido, Wolfgang Windgassen, essere sul punto di sfracellarsi al suolo per un cedimento della scenografia.
Io l’ho sentita credo nei primissimi anni Ottanta, quando era una matura signora ormai al termine della sua carriera di palcoscenico. Non eravamo a Vienna, nè alla Scala nè a Londra o al Metropolitan, ma alla Cà del Liscio di Ravenna, che qualche originale si era pensato di utilizzare anche per concerti di musica classica. Nella sala dove abitualmente si ballavano polke e mazurke c’era una pedana su cui era disposta l’orchestra, mentre il pubblico, non potendosi fare altrimenti, era distribuito tutt’intorno sui divanetti rotondi coi tavolini nel mezzo, e ti aspettavi che ad ogni momento arrivasse un cameriere a portarti un’aranciata amara o un chinotto.
Sono sicuro che una situazione del genere non le era mai capitata nella vita, e non ho dubbi che la cosa l’abbia fatta morire dal ridere. Entrò, con una tunica color argento e il più impressionante davanzale che abbia mai visto. A punta, dritto e sodo come fosse una fusione di ghisa. Attaccò Dich teure Halle e, giuro – che diventassimo tutti ciechi se mento, sentii il colpo d’aria di quella massa di suono che ci investiva. Una delle sensazioni musicali più impressionanti della mia vita. Alla fine del concerto era fresca come una rosa; come minimo si sarà fatta, assieme alla birra, un paio di piadine col prosciutto.
Parenti serpenti
16 giugno 2010
Essere tedeschi significa convivere in qualche modo con un fantasma della storia recente parecchio ingombrante. Essere tedeschi e fare Wagner di cognome pone qualche ulteriore problema di coabitazione e costringe a fare i conti con le esternazioni odiosamente antisemite dei capostipiti Richard e Cosima, con la mai sopita fede nazista di Winifred, con le lotte all’ultima coltellata dei fratelli Wieland e Wolfgang, con le più recenti spartizioni di potere.
Questo perchè chiamarsi Wagner significa avere in qualche modo a che fare con la gigantesca macchina del festival di Bayreuth, un meccanismo organizzativo ed economico di enormi dimensioni, attorno al quale più o meno tutti i componenti della famiglia si sono trovati ad essere carnefici o vittime dei propri congiunti.
Riducendola ai minimi termini la storia è questa: Richard Wagner muore nel 1883, quando del festival nel teatro costruito sulla verde collina coi soldi di Ludwig II di Baviera si sono tenute appena due edizioni. Il suo posto viene preso da Cosima, nata Liszt e già sposata von Bülow, che con pugno di ferro si investe del ruolo di sacra custode di una tradizione wagneriana da lei in gran parte inventata. Comunque la si pensi sul suo ruolo, le va riconosciuto che con lei il festival assume non solo regolare cadenza annuale ma anche prestigio mondiale. Ritiratasi dalla conduzione per ragioni di età, passa il testimone al figlio Siegfried, che lo tiene per pochi anni perchè la segue nella tomba a pochi mesi di distanza, nel 1930.
Qui cominciano i veri problemi, perchè entra in gioco la seconda vedova, la terribile Winifred moglie di Siegfried, più nazista del nazismo stesso e intima amica di Hitler (“Wolf”, lo chiama nell’intimità), il quale soggiorna abitualmente a villa Wahnfried. Questa donna impossibile, che mai rinnegherà i suoi orrendi ideali fino alla morte nel 1980, regge le sorti del festival fino alla catastrofe del 1945 e viene sostituita alla riapertura, nel 1951, dai figli Wieland e Wolfgang. Complementari per certi versi (Wieland è lo scenografo-regista che avrà il compito di prendere le distanze da una tradizione di cui non c’era da andare orgogliosi, Wolfgang è un abile organizzatore) non amano però il potere condiviso. La morte prematura di Wieland nel 1966 sgombra quindi il campo a Wolfgang, re assoluto del festival fino al 2008.
Questa catena apparentemente anodina di passaggi di testimone è costellata, nel nome del festival, da una serie impressionante di azioni di incredibile crudeltà: da Cosima che giunge a negare in tribunale che la figlia Isolde sia di Wagner fino a Wolfgang che, morto il fratello, ne fa distruggere gli allestimenti per sgombrare il campo al suo ben minore talento, fra mogli cacciate e figli ripudiati la storia dei Wagner si snoda nella più totale assenza di scrupoli, in nome unicamente della conquista del potere.
I Wagner, saga di una famiglia di Nike Wagner, figlia di Wieland, è una storia nei limiti del possibile obiettiva e distaccata della terribile dinastia. A paragone di Il crepuscolo dei Wagner, il libro del figlio ripudiato di Wolfgang, Gottfried, che a furia di picconate e di fendenti menati a destra e a manca ha soprattutto il sapore di una vendetta nei confronti di una famiglia odiata, il racconto di Nike procede con oggettività, affrontando di petto anche gli argomenti più spiacevoli o dolorosi ma senza volontà distruttiva. Certo, l’occhio di riguardo con cui vengono trattati Wieland e Wolf Siegfried, padre e fratello amati nonostante la relazione adulterina con Anja Silja del primo e il furto di un disegno di Ingres perpetrato dal secondo, si avvertono chiaramente. Uno storico vero, quando il tempo avrà compiuto la sua opera di decantazione e quando e se la documentazione di famiglia sarà mai accessibile, potrà ricostruire queste vicende con metodo scientifico e distaccata obiettività. Solo la giusta distanza consente una visione adeguata delle cose.
L’uovo 2, la vendetta
13 giugno 2010La prima puntata della saga dell’uovo è qui.
Adesso che i lavori sembrano quasi finiti, che le impalcature un po’ alla volta se ne vanno mentre i denti rossi applicati alla fiancata del ponte aspettano l’uovo di Mork che viene da Ork, adesso che le torrette anch’esse rosse che serviranno alla partenza e all’arrivo dell’uovo sono state montate, adesso sembra che tutti si accorgano che l’intera storia è una scemenza di dimensioni colossali, che nessuno userà mai questo aggeggio e che se il ponte è una barriera architettonica, il vaporetto che parte e arriva proprio lì sotto è il mezzo più pratico ed economico per superarla.
Ha cominciato l’ex assessore D’Agostino a dire che non gli piace, seguito a ruota dal nostro prossimo sovrintendente Sgarbi, che col suo consueto stile da pecoraio ha dato degli imbecilli a tutti. Tolto il tappo, tutti strillano che è una porcheria, che non si aveva da fare, che sono soldi buttati e così via. Solo che ormai indietro non si torna, se non altro perchè fino a quando non aboliranno anche questa c’è pur sempre una Corte dei Conti a cui va data ragione dei soldi buttati. Soldi, non so se è chiara l’idea, nostri.
Sospiri d’estate
6 giugno 2010Per celebrare il primo giorno veramente estivo di quest’anno metereologicamente balordo, e per ripulire il frigo di una certa quantità di vegetali non più giovanissimi, ho inventato ieri la torta salata “Sospiri d’estate”: cipolle, zucchine, curry, un’idea di noce moscata, formaggio che non mi ricordo come si chiama ma non è importante perchè se ne avevo un altro ci mettevo l’altro, uova, in forno 25′ a 200 gradi.
Preparata dunque la cena e avendo stabilito che non avevo altre incombenze casalinghe, ho quindi deciso di proseguire le celebrazioni nel luogo ad esse più consono, ovvero la spiaggia del Lido. La quale, essendo a una fermata di vaporetto da casa, costituisce un irrefrenabile richiamo nei sabati pomeriggio da maggio a ottobre. Eh si, perchè io sono abbastanza lamentone per quel che riguarda Venezia, ma devo dire che abitare a un tiro di schioppo da San Marco in un senso e a un tiro di schioppo dalla spiaggia nell’altro è cosa che mi garba, dopo tutto, assai.
Nostra di chi?
3 giugno 2010
Andato a vedere con qualche aspettativa il nuovo film di Luchetti, ma La nostra vita mi ha convinto propio peggnente. Non mi ha convinto la sceneggiatura, costellata di banalità e superficiale nel delineare la psicologia del protagonista. Non mi ha convinto la regia, che ho trovato manierata nell’uso esasperato della camera a mano e dei primi piani. Va ben tutto, ma farsi un’ora e mezzo su un quadro traballante a contare i brufoli di Elio Germano mi pare un passatempo un po’ noioso.
Il quale Elio Germano è bravo, si sa, ma qui lo vuol far vedere un po’ troppo. Diciamo che è al limite della maniera, una specie di Meryl Streep di periferia. Però sia chiaro, avercene di attori così. Pure Raoul Bova pare abbia imparato a recitare e, anzi, il suo fratello maggiore bello ma trasandato e dolcemente imbranato mi è sembrato il personaggio più azzeccato del film. Luca Zingaretti coi baffi e i capelli lunghi l’ho riconosciuto a dieci minuti dalla fine; anche lui è come al solito bravissimo ma il personaggio che interpreta, boh, non mi ha detto molto.
Per finire, il romanesco. Che sommato alla presa diretta mi ha reso incomprensibile una quota non trascurabile dei dialoghi. Non è che provo nostalgia per i “te ne rammenti, cara?” dei film di una volta, però anche qui credo che bisognerebbe essere in grado di trovare un limite al verismo. Insomma, fateci capire un po’ a tutti. Oppure il primo film che faccio io lo giro a Forlimpopoli in romagnolo stretto, e guai a chi si lamenta.
Mi perplimo e mi consolo
1 giugno 2010In Germania, il Presidente della Repubblica si lascia scappare che i tedeschi stanno in Afghanistan per difendere gli interessi economici di Berlino. Preso a schiaffoni da governo e opposizione, dopo poche ore si dimette.
Se non sapessimo come funziona la legge ipocrita della politica dovremmo perplimerci che un presidente perda il posto per aver detto qualcosa che tutti sanno e pensano, e che vale per i tedeschi come per gli italiani, gli americani e tutti quelli che stanno sul carro delle cosiddette missioni di pace.
Però è anche un po’ consolante vedere che c’è un posto al mondo dove un uomo di stato che dice qualcosa a torto o a ragione considerato gravemente inopportuno, semplicemente prende e se ne va. Cazzo, come si fa perchè funzioni così anche qua?






