Fino a qualche anno fa, di questo romanzo che la Némirovsky scrisse alla fine degli anni Trenta e non fu all’epoca pubblicato, si conosceva solo un dattiloscritto incompleto delle prime pagine. Poi il manoscritto dell’intero testo è stato ritrovato fra le sue carte, e finalmente pubblicato dopo il successo mondiale di Suite francese, il romanzo incompiuto anch’esso ritrovato nella valigia che la scrittrice lasciò alle figlie prima di essere deportata.
Il calore del sangue è quello che sconvolge la vita di uomini e donne, che li porta al tradimento, all’abbandono, all’omicidio mentre sopra di loro, nell’immobile e immutabile routine della vita di questo piccolo paese della provincia francese, nulla deve trasparire di quanto sotto ribolle e distrugge. Tutti sanno, niente si deve sapere.
La Némirovsky abbandona qui le ambientazioni che le sono più usuali e situa il racconto nella cittadina che, crudelmente, è la stessa nella quale pochi anni dopo lei stessa avrebbe cercato rifugio al momento dell’occupazione nazista della Francia e nella quale fu arrestata per essere portata ad Auschwitz. Le due figlie scamparono alla cattura e crebbero sole, conservando per anni i taccuini e manoscritti della madre, che oggi Adelphi sistematicamente ripubblica.
Archivio per maggio 2010
Il calore del sangue
28 maggio 2010Biavarol d’alto bordo
27 maggio 2010Per chi sta in Italia: il biavarol sarebbe il fruttarolo. A San Sebastiano, proprio di faccia alla chiesa tutta incrostata di tele di Paolo Veronese, ce ne sta uno di quelli belli, tanto bottega d’una volta con le cassette di frutta e di verdura sulla fondamenta, la tenda a riparare dal sole, l’arredamento minimale e senza pretese. Proprio lì, non più di un’ora fa ho visto un signore dalla bianca barba sganciare senza batter ciglio 16 (sedici) euro, trentaduemilavecchielire, per un chilo di ciliege. Wilkommen in Venedig! Avesse comprato un chilo di porcini sarebbe dovuto andare direttamente coi lingotti d’oro.
Firefox troubles
26 maggio 2010Io ci metto tutta la mia buona volontà, ma a Firefox gli devo stare antipatico. All’inizio andava bene, adesso ha cambiato idea e si pianta, rallenta il pc, continua ad aprirmi finestre con criptici avvisi su operazioni che non riesco a identificare. Se poi tento di scaricare un file, posso mettermi nel frattempo a fare un copriletto all’uncinetto. Eppure l’ho sempre tenuto aggiornato, il pc è in ordine e io non so cosa fare. E ci ho pure il nervoso perchè mi tocca usare Explorer. Ma che gli ho fatto io per meritare tutto questo?…
Promessa fatta…
26 maggio 2010
…va mantenuta. Questo è il rincocoso (a detta di marcoboh, sia chiaro, per me era un gelsomino e basta) che in questi giorni inonda di fiori la lunga cancellata dei Giardini della Biennale. La meraviglia dura abbastanza poco, purtroppo, ma la fioritura dei rincocosi è pur sempre più lunga di quella del glicine, che seppur strepitosa dura appena lo spazio di tre o quattro giorni.
Giusto per dare un’idea delle dimensioni di questo mio primaverile santuario:

E questo è solo un pezzo. Ce n’è un altro laggiù in fondo dove la recinzione fa una curva e ce n’è quasi altrettanto alle mie spalle. Aggiungasi, per concludere, che le foto sono state scattate alle sette di questa mattina, quando la maggior parte dei fiori era ancora in fase di chiusura notturna.
Ora pendiamo dalle auguste labbra dei superesperti di rose spampanate. Toglieteci da questo dubbio: gelsomino o rincocoso?
Il brivido dell’alta velocità
25 maggio 2010A Verona per un convegno che si protrae molto oltre il previsto, alle otto di sera devo scappare verso la stazione per prendere la Freccia Bianca che ho prenotato per il ritorno. Perchè se la manco il mio biglietto (18 euri e spiccioli per un viaggio da un’ora) è carta straccia. Uscendo, intravvedo fra le lacrime che mi rigano il volto il sontuoso buffet che nel giardino attende i congressisti alla fine dei lavori. Corro in stazione e naturalmente il treno ha 40 minuti di ritardo. All’andata, un treno analogo (altri 18 euro e spiccioli) era partito da Venezia con cinque minuti di ritardo e arrivato a Verona con dieci. Mentre mangio uno squallido toast nello squallido bar della stazione penso a quel tavolo imbandito con ogni ben di dio e alla totale inutilità della mia rinuncia. All’altoparlante una signorina proclama per l’ennesima volta che “Trenitalia si scusa per il disagio”. Mavaffanculo, và.
Non mi finisce
22 maggio 2010
Non mi finisce è un’espressione romagnola che significa “non posso dire che non mi piace per niente ma di sicuro non mi piace del tutto”. E non mi finisce questo La maschera di Hugo Hamilton, che ho acquistato qualche mese fa dopo aver letto una recensione sul Sole 24ore e letto in questi giorni. Altre recensioni, tutte largamente positive, si trovano in rete.
Cosa non mi finisce in questo libro? Sostanzialmente mi sembra un romanzo nato su un’idea di grande respiro che riceve però uno sviluppo un po’ pretenzioso e nella sostanza inadeguato.
Pretenzioso perchè il racconto si sviluppa su un intrico di piani temporali (la primavera del 1945, il dopoguerra, gli anni Sessanta, l’oggi) con passaggi continui dall’uno all’altro, salti in avanti e all’indietro che sono sicuramente ben gestiti da un punto di vista meramente tecnico ma finiscono per raccontare ogni aspetto della vicenda in maniera abbastanza superficiale. Le motivazioni che muovono i personaggi a sostenere ciascuno con ferrea ostinatezza la propria versione della realtà sono abbastanza vaghe, lo stesso protagonista credo che avrebbe potuto essere raffigurato con ben altra profondità. Ma forse, se così avesse fatto, Hamilton sarebbe stato costretto a fare scelte di campo precise, rinunciando almeno in parte alla complessità di un meccanismo narrativo che finisce per avere il predominio sull’approfondimento dei caratteri.
Non è un libro noioso e non è un libro che non lascia nulla. Però è un libro che si lascia anche con una certa dose di insoddisfazione, al termine di un finale che avrebbe forse voluto essere un piccolo colpo di scena ma è, alla fine dei conti, una risoluzione un po’ all’acqua di rose.
Ma mica ci perdiamo d’animo
22 maggio 2010E’ andata male con le Olimpiadi? Ci è già passata, adesso gareggiamo per la Capitale europea della Cultura 2019. E se non va nemmeno questa passeremo alle gare di torte, di macramè, di mosca cieca. Mettendo dodici euro la fetta e facendo uno $contrino $u dieci ci $i po$$ono cavare dei bei $oldini lo $te$$o.
Sensazioni
21 maggio 2010Ieri mattina. Sono per strada quando mi si avvicina un ragazzo africano che un po’ intimidito mi fa: “Scusa capo, ho fame”. Ho in tasca quattro euro e glieli do: sgrana gli occhi, riceve i soldi sulle mani aperte e si piega colmandomi di grazie come se gliene avessi dati quattro milioni. Andandomene penso a cosa deve essere la vita di un cristo costretto ad andarsene da casa, costretto a mendicare un pezzo di pane e sbigottito davanti a una somma con la quale noi nemmeno ci paghiamo l’aperitivo prima di cena. E mi sento una merda.
Siamo offesi, si sappia
20 maggio 2010Altra volta riferii sulla risibile candidatura della ex Serenissima a divenire risibile candidata italiana alle Olimpiadi del 2020.
Già il fatto che una nazione economicamente (per non dire d’altro) allo sfascio come la nostra, che oltretutto solo l’estate scorsa ha dato ennesima prova di mascalzonaggine nella gestione dei mondiali di nuoto abbia la faccia tosta di proporsi come sede per i Gioci Olimpici è segno non comune di cialtroneria. Che poi si possa soltanto affacciare l’idea che Venezia, massacrata quotidianamente dal turismo più becero e dal commercio più degradato, possa essere una delle opzioni logistiche è non solo pura demenza, ma soprattutto demagogia della peggior specie, volta ovviamente a ingraziarsi i voti dei bottegai che quotidianamente piangono la Venezia che non c’è più e contemporaneamente la svendono a suon di baracci e di negoziacci di immondizia made in Hong Kong.
Adesso il Coni ha deciso che l’Italia proporrà Roma, e qua si grida all’offesa. E non solo da parte della Lega, ma anche il neosindaco si altera e strilla alla presa in giro. Chissà cosa pensavano, già me li immagino i tassisti da 90 euro la corsa, i gondolieri da 100 euro al giro, i verdurai dalle mele a quattro euro al kilo, tutti con gli occhi a dollaro al pensiero di nuovi milioni di gonzi da spennare, da stipare, da far pagare sei euro e cinquanta per un giro in vaporetto, un euro e mezzo per una pisciata in un cesso pubblico.
E intanto qua si continua a trasformare ogni immobile libero, casa o palazzo che sia, in albergo. Ma dove la trovano la gente per riempirli tutti? Verrà il giorno che il castello crollerà e tutti questi speculatori senza ritegno si troveranno col culo per terra?
Effi Briest
17 maggio 2010
Ho vissuto fino a due mesi fa, più o meno, senza nemmeno sospettare l’esistenza di Theodor Fontane. Poi ho trovato il suo nome in un articolo di Claudio Magris, accompagnato da un giudizio assai lusinghiero e dalla definizione di principale romanziere della Germania Guglielmina. E siccome, come si può bene immaginare, quando penso al Kaiser, agli elmetti col chiodo e alle dame in carrozza sull’Unter den Linden ho dei tracolli emotivi non indifferenti, ho deciso che dovevo trovare qualcosa di suo da leggere. Toh, Fontane è quello di “Effi Briest”, che non è solo un film di Fassbinder, quindi, ma è anche il capolavoro del realismo letterario tedesco di tardo Ottocento (mi pare che sia uscito nel 1893, o giù di lì).
Ma proprio un bel capolavoro, niente da dire. Effi è una Madame Bovary guglielmina, impettita nel castello di convenienze sociali nelle quali lei per prima fermamente crede, moglie adulterina senza romantici trasporti, disposta con gioia a mollare l’amante non appena il marito prefetto ottiene un trasferimento dal Baltico a Berlino e una posizione in grado di garantire vita sociale, inviti a corte e pranzi al ristorante col cugino ussaro. Effi sfiora appena la vita e le cose, non ha grandi interessi nè grandi passioni, nemmeno l’adulterio la turba più di tanto nè lascia su di lei qualcosa di più di una minima scalfittura. Solo che, sette anni dopo, il marito trova per caso un mazzo di lettere e quello che le convenienze sociali impongono è una cosa sola: il riscatto dell’onore perduto, anche se nessuno ne ha mai saputo nulla e se tutto è ormai morto e sepolto. Naturalmente mi fermo qui.
Fontane ha uno stile scarno, si affida moltissimo ai dialoghi e da bravo adepto del realismo, è prodigo di descrizioni, mai verbose ma accurate. Il paesaggio della Pomerania, coi suoi canali, le dune sul Baltico, le chiuse, i viaggi in slitta è al centro di tutta la prima parte del romanzo. Ho già pronto un secondo libro, che però non voglio leggere subito. Si intitola “L’adultera”: mi pare che Herr Fontane su certi argomenti avesse un po’ il chiodo fisso.




