Se non avete sentito il botto ve lo dico io: qua è esplosa la primavera. Amore, ritorna, i glicini sono in fiore canterebbe Wilma Goich se fosse veneziana. Ecco quello che sta davanti al bar all’ingresso dei giardini della Biennale, proprio davanti alla fermata del vaporetto. La foto è dell’anno scorso ma in questi giorni è tale e quale e il profumo dei fiori si sente quando ancora ci si deve avvicinare alla riva.
Il più bello, però, deve ancora venire: la lunga cancellata che fiancheggia la riva è completamente coperta di piante di gelsomino. Fra poco patapunfete! da un giorno all’altro il verde delle foglie sparirà, coperto da milioni di profumatissimi fiori bianchi. Eh si, in certi momenti vivere a Venezia è proprio, mi si passi l’espressione, una gran botta di culo!
Archivio per aprile 2010
Ecco la primavera!
29 aprile 2010Psicodrammi
27 aprile 2010Allo sportello di Hellovenezia, a piazzale Roma, per caricare sull’Imob l’abbonamento annuale ai mezzi pubblici. Mai più code agli sportelli, si sa: all’entrata selezioni il servizio di cui vuoi usufruire, ti viene rilasciato un talloncino numerato e aspetti su una delle sei comode sedie disponibili di essere chiamato a uno sportello. Canno subito il servizio: ottuso come sono premo il pulsante “rinnovo abbonamenti” e ottengo quindi il talloncino P257, mentre solo dopo dieci minuti scopro, grazie a una collega sopraggiunta, che essendo il nostro abbonamento annuale effettuato nell’ambito di una convenzione con l’azienda che ci dà il pane avrei dovuto premere il pulsante “mobility”. Dieci minuti sprecati, premo “mobility” e ottengo un nuovo talloncino, E57. Aspetto mezza era geologica che la persona che è adesso allo sportello che si cura gli E getti la spugna su un caso di rinnovo apparentemente irrisolvibile e se ne vada, aspetto che la persona che segue faccia il suo rinnovo (ha qualche difficoltà anche lei ma ce la fa) e poi è il mio turno. Consegno il mio Imob, problema: l’abbonamento che devo acquistare avrà validità 1 maggio 2010 – 30 aprile 2011, la tessera Imob che lo contiene ha scadenza 28 aprile 2011: il sistema non consente di caricare l’abbonamento. Come fosse la cosa più normale del mondo, l’impiegato mi indica l’orrenda bottoniera e mi dice di premere il pulsante “rinnovo tessere”, di andare col talloncino ottenuto allo sportello a fianco, rinnovare la tessera e poi tornare da lui.
Qui ho perso il controllo di me stesso.
Riguadagnato l’aplomb, cosa potevo fare? Ho premuto “rinnovo tessere”, ho ottenuto il talloncino Pcheccazzoneso, sono andato dalla signorina allo sportello a fianco che ha compilato a mano un modulo, mi ha chiesto di fare due firme, ha preso il mio Imob (che è fatto come una carta di credito), l’ha buttato, ne ha stampato uno nuovo – almeno, io pensavo, mi risparmierò l’anno prossimo di rinnovare anche l’Imob visto che me lo rinnovano adesso. COL CAZZO, LA NUOVA TESSERA HA SCADENZA 30 APRILE 2011! Così l’anno prossimo dovrò un’altra volta fare una fila apposita, compilare un modulo, fare due firme, buttare un pezzo di plastica e farmene dare uno nuovo.
Col nuovo Imob, identico al precedente, sono quindi tornato allo sportello number one, dove il signore ha compulsato una lista di più fogli alla ricerca del mio nome, mi ha fatto mettere una firma, poi ha compilato a mano un bollettario, una firma anche lì, ha messo l’imob da qualche parte e me l’ha restuituito assicurandomi che dentro c’è un abbonamento annuale. Speriamo.
Divino Sebastiano
26 aprile 2010
A San Giorgio si è aperta una mostra strepitosamente bella, per la quale val bene la pena di affrontare l’improba fatica di una trasferta veneziana. Dei pittori che precedono la generazione di Tiepolo, Sebastiano Ricci è il più grande e fortunato, quello che apre la strada alle grazie del rococò e alla luce sfolgorante che inonda i cieli suoi e di Giambattista.
Rispetto alla precedente mostra di Passariano, di più di vent’anni fa, questa della Fondazione Cini adotta un punto di partenza inedito e affascinante e focalizza il percorso espositivo non sulle grandi tele ma sui modelli, ovvero le tele in formato più ridotto che il pittore realizzava per presentare al committente la propria idea. Sono opere di una felicità esecutiva e compositiva abbagliante, che anche più delle tele definitive sbalordiscono per immediatezza, virtuosismo e sapienza cromatica. E pensare che ancora c’è chi considera con sospetto questa pittura, ritenendola superficiale e decorativa. Per fortuna, da quando Longhi scrisse le sue celebri sciocchezze su Giambattista Tiepolo (le battute sui panneggi in carta da pacchi e i cieli alla Cecil B. De Mille, per capirci) sono stati fatti passi avanti decisivi per la comprensione di un secolo che tutto fu tranne che un secolo di decadenza.
La mostra si apre col bellissimo autoritratto dipinto per la collezione del Granduca di Toscana e con un nucleo di opere grafiche e procede poi con opere provenienti da musei e collezioni di mezzo mondo, accostate per confronto a tele di Tiepolo, Pellegrini, Amigoni, Diziani ed altri pittori contemporanei. La conclusione, poi, è folgorante: il modello per la pala bergamasca con I santi Gregorio Magno e Girolamo intercedono per le anime purganti è posto davanti alla tela definitiva. Proprio a proposito di queste due opere, Sebastiano Ricci scriveva al committente, conte Giacomo Tassi: sappia che questo picciolo è l’originale e la tavola d’altare è la copia.
La mostra resterà aperta fino all’11 luglio. Il mercoledì, i residenti in Veneto entrano gratis.
Tempi tristanzuoli
24 aprile 2010Nel sito ufficiale della Regione Veneto, nella pagina dedicata al nuovo presidente Zaia, un Curriculum vitae di dimensioni tolstoiane narra l’epica storia della veneta famiglia nella quale il nuovo principe elettore ha avuto i natali. Torrenziale polpettone di 1600 parole e 10350 caratteri, fouilleton degno di Carolina Invernizio (a tavola erano diciassette i piccoli da sfamare...), il curriculum è una iperbolica e cortigiana agiografia che azzarda paragoni con l’imperatore Adriano di Marguerite Yourcenar e snocciola sconcertanti banalità (mai bocciato e nemmeno mai rimandato, Luca prende un bel voto alla maturità portando una materia ostica come Entomologia…) come fossero tappe della carriera accademica di Carlo Rubbia o episodi della vita di San Francesco d’Assisi. A vostra immediata edificazione riporto qui per intero il paragrafo che ha per titolo Il lavoro:
L’etica della sua famiglia è incardinata nel valore del lavoro. Sono tante le estati che Luca trascorre nell’officina del padre. Ore di attività che servono per guadagnarsi quelle del divertimento e per imparare la logica insita nella manualità. La prima partita Iva la apre a diciotto anni e quei soldi gli servono per pagare gli studi. Fa di tutto, perché tutti i lavori sono dignitosi. Questi sono gli anni in cui si guadagna la vita come cameriere, uomo delle pulizie, muratore, docente privato di chimica, istruttore di equitazione, operaio in un’impresa di pellami, pr in discoteca e organizzatore di feste. Partecipa con successo a un corso di management tenuto dall’economista Mario Unnia e ottiene un diploma dall’Istituto di formazione assicurativo di Treviso. Intuisce che il mondo è vasto e che bisogna imparare le lingue. Oggi conversa in veneto, italiano, inglese e spagnolo. “Ho governato in latino, ma il greco ho pensato, in greco ho vissuto”, come scrive Marguerite Yourcenar attribuendo il pensiero all’imperatore Adriano. Il greco di Zaia è la lingua veneta. La vocazione all’imprenditoria si rivolge al territorio, dove sviluppa un’attività di ricezione turistica da tempo ceduta alla sorella Elisabetta. Dal punto di vista formativo, una tappa essenziale è il servizio civile, che assolve nel piccolo Comune di Altivole, in provincia di Treviso, portando i pasti a chi ne ha bisogno casa per casa, facendo con loro periodi di vacanza, lavorando con gli anziani del paese e con alcuni bambini sofferenti. E’ la sua esperienza di formazione alla solidarietà.
Se avete fegato e volete leggere il vangelo di san Luca Zaia per intero, andate qui. Buon pro vi faccia.
Altri tempi
23 aprile 2010Ho fatto la maturità nel ’78, quindi gli anni dell’università sono stati quelli a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Abitavamo in cinque in un appartamento che dava su campo delle Beccherie, proprio di faccia al mercato del pesce di Rialto. Sotto casa c’era un’osteria dove compravamo il vino sfuso, la sera si cucinava tutti insieme (sempre inesorabilmente le stesse cose) e poi si passavano le ore seduti attorno al tavolo di cucina, presi in interminabili discussioni architettonico-politico-filosofiche, sotto la cappa del fumo delle sigarette. Roba da anni Settanta, insomma.
Ieri sera, tornando a casa, sono passato davanti alle finestre aperte di un appartamento di studenti. Anche loro erano attorno al tavolo della cucina e anche loro parlavano. Solo che tutti avevano le cuffie e un portatile aperto davanti al naso, e parlavano tutti assieme ciascuno fissando il proprio schermo.
Mi ha fatto un po’ impressione.
Piuttosto che
22 aprile 2010Lo odio. Odio il piuttosto che che sciurette trendine di entrambi i sessi da anni hanno preso l’abitudine di infilare in ogni dove al posto di un normalissimo oppure. Dico, non ci vuole una laurea in glottologia e un master in storia della lingua per capire che piuttosto che non ha lo stesso significato di oppure e che il suo utilizzo è solo un vezzo modaiolo per darsi un tono up-to-date. Mi serve una mutanda, prenderò una Versace piuttosto che una Kalvin Klein. KRETINA, ti rendi conto che stai dicendo il contrario di quello che pensi?
Ma suona così bene, suona così elegante e lo dicono tutte le intellettuali della tivvù, compresi Belen Rodriguez, Gigi Marzullo e la direttrice di museo che poco fa disquisiva di Modigliani su RadioTre! Evidentemente anche le direttrici di museo (e io ne so qualcosa, oh se ne so qualcosa!) quando montano in passerella staccano la corrente ai neuroni.
Piccole speranze
22 aprile 2010Privato della soddisfazione di sfilare con la berretta da doge, il piccolo trombato nella corsa alla poltroncina di sindaco di Venezia ha comunicato le proprie dimissioni dal consiglio comunale. Ha altro da fare, dice. Bene, dico io, e speriamo che venda casa e che io non debba più incontrarlo in calle lunga, che ogni volta mi rovina l’appetito.
Piccolo è bello
21 aprile 2010
Le mostre, più sono piccole e più mi piacciono. Le baracconate “da Pisanello a Mondrian” le lascio agli abbonati di Gente viaggi; io preferisco excursus più ridotti ma con un disegno, una motivazione e magari capaci di regalarmi un tassello nuovo da posizionare in quel caotico puzzle pieno di lacune che è la mia conoscenza.
In una sala della Galleria Franchetti alla Ca’ D’oro (una sala, che meraviglia!) la Soprintendenza col nome più lungo dell’emisfero boreale ha esposto un nucleo di ventidue disegni fiamminghi e olandesi appartenenti alle collezioni delle Gallerie dell’Accademia. Accanto a questi, un gruppo di tele del medesimo ambito, anch’esse facenti parte delle collezioni delle Gallerie e abitualmente, in attesa del completamento dei lavori per il nuovo, ampliato museo, conservate nei depositi. Una sola sala, una sessantina di piccole opere da osservare con calma e attenzione, con la fatica di memorizzare nomi di artisti mai o quasi mai sentiti (e di leggere didascalie microscopiche poste a livello del pavimento, mannaggia a voi!) ma anche col piacere e la consapevolezza di trovarsi davanti al prodotto di uno studio vero e al risultato di un progetto serio e non, come spesso succede, a una più o meno furba operazione commerciale. E al termine del giro, tanto per restare in tema, nella sala a fianco si va in estasi davanti al Ritratto di gentiluomo di Anton van Dyck, con quella mano inondata di luce che afferra la cintura e splende sul nero profondo del costume seicentesco dello sconosciuto signore ritratto. Ci vuole altro per una appagante e totalizzante esperienza estetica?
Nell’attesa che venerdì pomeriggio, a San Giorgio, si apra Sebastiano Ricci, basta e avanza. Ne riferirò su questi schermi.
Hanno letto Nietzsche
16 aprile 2010“Wenn ich ein anderes Wort für Musik suche, so finde ich immer nur das Wort Venedig“
Se cerco un sinonimo di Musica, trovo soltanto la parola Venezia.
Nel loro piccolo, anche questi due.
Departures
13 aprile 2010
Ognuno di noi ha il proprio tallone d’Achille, quel punto debole che rende inutili tutti i nostri autocostruiti sistemi di difesa. Beh, pochi o molti che siano, i miei talloni d’Achille questo film li ha scovati tutti e uno alla volta li ha metodicamente passati al tritacarne. E’ bello? è brutto? non lo so, a me è parso molto bello seppure con qualche insistenza sul melodramma, ma non è per questo che ho pianto tutte le mie lacrime – e non ero il solo l’altro ieri al Dante di Mestre a dover combattere con un persistente velo acquoso che rendeva problematica la visione dello schermo.
In Giappone, un violoncellista consapevole del proprio non essere un fuoriclasse resta disoccupato dopo che l’orchestra nella quale suona viene sciolta. Decide allora di tornare nella propria città, dove in seguito a un equivoco accetta un lavoro in quella che lui crede essere un’agenzia viaggi. Di un solo viaggio si occupa però il suo datore di lavoro, quello definitivo. Il nokanshi è la cerimonia nel corso della quale il defunto viene, con gesti fissati probabilmente da una tradizione plurisecolare, preparato, davanti alla sua famiglia, per affrontare la partenza: lavato, vestito, truccato con infinito amore e soprattutto rispetto per quella cosa totalmente indifesa nella quale la morte l’ha trasformato.
La storia va poi per conto suo e non sto a raccontarla. Non è la storia che mi ha commosso particolarmente, ma proprio questa discreta, struggente, silenziosa manifestazione di affetto nei confronti di chi non c’è più, nella piena consapevolezza del valore della dignità e del rispetto dell’uomo e del suo corpo. Da bravo compulsivo sono spesso portato a vedere e rivedere più volte i film che mi piacciono particolarmente. Con Departures (ma perchè questi patetici provincialismi, Partenze non andava bene uguale?) non credo che ripeterò l’esperienza. Una passata al tritacarne, una bella scossa ai sistemi di autodifesa ogni tanto fanno bene, ci ricordano che sotto il pelo abbiamo ancora qualcosa di assimilabile al cuore. Ma è meglio non esagerare.





