Archivio per gennaio 2010

Torino, o cara

27 gennaio 2010

Torino nel fine settimana era gelida e grigia, ma bellissima. La guglia della Mole è stata per tre giorni conficcata in un cuscino di nebbia e, naturalmente, la collina di Superga non ci ha mai degnato di una seppur fugace apparizione. Ad alcuni il reticolo di signorili vie ortogonali pare monotono, a me invece la rende affascinante, così come i lunghi portici ancora affollati di quel genere di negozi che altrove tendono a sparire per lasciare il posto ai cloni delle grandi catene. Non che a Torino non ci siano, però trovare un negozio di barometri in via Po, e tante librerie e macellerie, gastronomie o tranquilli negozi di casalinghi in aree altrove già completamente spopolate da questo genere di commercio fa percepire che la città ha ancora una sua personalità, un carattere che lotta per sopravvivere davanti all’avanzata inesorabile della triturante globalizzazione.
Poi, naturalmente, ci sono i caffè. Con la cioccolata di Ghigo, in via Po, Santa Teresa d’Avila faceva probabilmente colazione ogni mattina, prima di cadere in estasi. Da Fiorio, sempre in via Po, andavano Cavour, Massimo D’Azeglio e Nietzsche. Ci ho mangiato una bomba gelata squisita e preso tutte le sere lo spritz, ormai diventato aperitivo internazionale, preparato da un simpatico e gentilissimo barman. Da Mulassano (danke, Marple!), in piazza Castello, prendevamo un caffè volante a metà mattina e nel sontuoso caffè Torino in piazza San Carlo ci siamo concessi l’ultimo aperitivo prima della partenza, pagato un baito ma con un buffet sardanapalico, che ci ha permesso di arrivare tranquillamente, da mezzogiorno, fino all’ora di cena.
Poi, beh, per un neobarocco come me Torino è un luogo dello spirito. Non so se mi spiego:

Il Guarino Guarini di San Lorenzo è su tutti i libri, ma trovarsi veramente sotto a questo miracolo suscita sempre una grande emozione. Peccato che in Duomo siano già in corso le pulizie di Pasqua per l’ostensione della Sindone, così che l’altro Guarini ce lo siamo solo potuti sognare. Sarà per la prossima volta. Peccato anche che la Galleria Sabauda chiuda alle 14, perchè anche a questa abbiamo dovuto rinunciare. Però il museo di palazzo Madama non è male, e se siete neobarocchi non perdetevi la GAM, dove godrete di sommi capolavori di quella produzione a cavallo di due secoli nella quale il sublime si perde nel kitsch più irresistibile:

Fra l’altro, a proposito di GAM, sembra veramente, lì dentro, di essere in Europa: un museo italiano in cui si può liberamente fotografare senza che abbaianti guardiasala ti aizzino contro torme di mastini inferociti è un caso più unico che raro. Anche questo è un segno che la classe sabauda, pur in questi tempi tristanzuoli per tutti, resiste.

Un sindaco per Venezia

25 gennaio 2010

 

In fondo sono contento, da piccolo la brunetta mi piaceva, mai mi sarei immaginato di poterla avere come sindaco però perchè no, dico. Un po’ d’aria nuova, di sprint, di swing, di geghegè.

No, eh?

Non gli piace

18 gennaio 2010

Mezzo esercito mobilitato e mezza città bloccata, Silvio arriva in visita con figlia nipote cognato Gianniletta Galan e Ghedini per comprare palazzo Pisani Moretta. Ha sette ville alle Barbados, due in Sardegna, una a Portofino, due fra Arcore e Macherio e niente a Venezia? non si può. Anni fa mostrò interesse per l’abbazia di San Gregorio, alla Salute, ma poi si disse che a volerla era la Veronica che ci doveva fare il pied-à-terre per i rendez-vous con Cacciari e allora non se ne fece nulla.
Ma non se ne farà nulla neanche stavolta: palazzo Pisani non gli piace. Troppo grande, dice. Ma secondo me ha deciso che o Palazzo Ducale o niente.

Piero mio, go qua una fritola…

15 gennaio 2010

Arriva carnevale, annuale persecuzione. Torme di ingombranti plantigradi addobbati come fantascientifiche baldracche, sciami di fotografi impazziti nella frenesia dello scatto a raffica, un magma indistinto di decine di migliaia di curiosi estasiati da maschere sempre uguali, tutti piomberanno qui a intasare le strade, a sbarrare i ponti, a invadere ogni possibile luogo pubblico, ad aumentare l’inquinamento acustico e il livello di stress del sottoscritto.
Ma per fortuna ci sono le frittole. Per loro vale la pena sopportare questo strazio, per queste pepite di pasta fritta e abbondantemente spolverata di zucchero semolato, con pinoli e poca uvetta e un sottile ma percepibile aroma di arancio. Si trovano dappertutto, al bar, dal fornaio e in pasticceria. Quelle dei bar di solito sono deplorevoli, semiindustriali e bisunte, coperte di zucchero a velo (anatema!) e di un colore che tende al bruno. Da non prendere nemmeno in considerazione. Fra la frittola di fornaio e la frittola di pasticceria io preferisco la prima. E’ più rustica, la pasta è più soda e il profumo più intenso, mentre in generale le pasticcerie tendono a ingentilire, a rammollire, a educare. Non che siano cattive, per carità, ma così diventano un po’ dolcetti da signorine Tumistufi. Le quali, peraltro (le signorine Tumistufi, dico) alle frittole vere preferiscono i dolciastri imbastardimenti delle frittole alla crema o allo zabaione, niente più che dei grossi e insulsi bignè, oltretutto affogati (orrore) nello zucchero a velo. Non capirò mai come si possa tradire una veneziana ben fatta con quegli sconsolanti e sbrodolosi concentrati di inutili calorie.
La palma della frittola più famosa ce l’ha a Venezia la pasticceria Tonolo, ma io mi dissocio.  Preferisco di gran lunga, se pasticceria deve essere, quelle di Didovich a Santa Marina, oppure di Bonifacio in calle delle Rasse. Ma niente e nessuna supera quelle sode, libidinose, profumate, vere fonti di estasi prolungata, del fornaio Rizzo. Storcano pure il naso le Tumistufi, non sanno cosa si perdono povere donne.
Ah si: “Piero mio, go qua una fritola” è il titolo di un duetto un tempo celebre che appartiene a una deliziosa opera buffa un tempo altrettanto famosa: “Crispino e la Comare” dei fratelli Luigi e Federico Ricci. Poichè in veneziano la fritola è sì la frittella, ma anche quella cosa lì che nominar non oso, immagino le grasse risate dei Bepi, dei Toni e dei Nane in galleria, mentre ai piani inferiori le Gradenighe, le Barbarighe e le Mocenighe agitavano nervosette i ventagli, turbate da tanto audace doppiosenso.

Tenetemi informato

12 gennaio 2010

Questo è il canale della Giudecca, il pezzetto di asfalto la riva di San Basilio e di là, dietro il lattiginoso sipario, c’è Sacca Fisola. Strana atmosfera stamattina: Venezia affogata nella nebbia, il vaporetto vuoto, nessuno ancora in ufficio. E’ successo qualcosa che non so?
Io lavoro ma il collegamento è sempre aperto. Per favore, se il mondo sta per finire avvisatemi.

Consuetudine europea?

8 gennaio 2010

Cito da questo articolo su Repubblica:
“Solo il 25 per cento dei treni fast in corsa dal 13 dicembre al 5 gennaio – dati resi noti ieri dall’azienda – è arrivato al capolinea con più di 15 minuti di ritardo. Altre centinaia di Frecciarossa non hanno centrato l’obiettivo puntualità per meno di un quarto d’ora, anche su tratte relativamente brevi. Ma secondo Trenitalia i ritardi dei treni sotto 15 minuti non sono considerati tali, “per consuetudine europea”.
La foto sopra è stata scattata il 30 dicembre alla stazione di Bologna. Devo aggiungere altro?

Welcome

7 gennaio 2010

Non ho molto da dire se non: andate a vedere questo film. Non vi farà star bene, ma andateci.

Dopo il cenone

1 gennaio 2010

Più il tempo passa, meno mi piace l’idea del tempo che passa e di conseguenza meno mi piacciono i festeggiamenti di fine d’anno. C’è poco da farsela piacere, mi si dirà, questo è e questo bisogna prendere. Lo so, però questo rotolare del tempo a una velocità che continua ad aumentare mi risulta sempre più difficile da mandare giù. Conservo nitidissimo il ricordo di quella volta che, bambino, ascoltavo uno zio raccontare un episodio accaduto 15 anni prima e io pensavo che bisognava aver vissuto veramente tanto per avere ricordi vecchi di 15 anni. Naturalmente, io adesso ho ricordi molto più vecchi, e 15 anni fa mi sembra ieri. Eppure, se penso alle cose che sono successe in questo periodo ce ne sarebbe per riempire adeguatamente una vita intera. Questo però conta poco: tutto è passato in un lampo e la velocità non accenna a diminuire, anzi.
Se il 2009 è stato per me un anno per molti versi tranquillo anche se lavorativamente un po’ frenetico (ma di quel frenetico positivo, perchè indirizzato verso obiettivi belli, interessanti e, se dio vuole, di qualità), il decennio che ha concluso è stato un lungo punto di svolta e soprattutto di lenta, disordinata e inconsapevole ricostruzione dopo un terremoto. Cose che capitano. Se penso a quello che ero il 1 gennaio 2000 vedo un’altra persona in un’altra vita, nonostante vivessi già nella città in cui vivo, facessi già il mestiere che faccio e frequentassi già alcune delle persone che ancora frequento. Solo alcune, però, perchè ho scoperto che i terremoti, oltre a mandare all’aria la vita delle persone, sono dei formidabili banchi di prova per le amicizie che già esistono e delle incredibili occasioni per la nascita di amicizie nuove. Così, questi anni hanno visto l’evaporazione di alcuni e l’apparizione di altri, che oggi contribuiscono in maniera decisiva a consolidare la mia base d’appoggio su questa terra. Cosa posso dire: avendo toccato con mano che nulla di quello che è adesso sarà per certo fra cinque minuti, preferisco non fare proclami di felicità, appagamento e soddisfazione. Mi limito a sperare che continui così, con gli inevitabili su e giù cui la vita ci costringe, soprattutto nella capacità di godere di quello che c’è senza farsi troppo male per quello che invece non c’è.
Se non avete capito niente di quello che ho scritto, non preoccupatevi: come la signorina nella finestra di youtube anch’io sono reduce da una cena consistente e ho i neuroni ancora un po’ appannati dallo spumante. Appena mi passa torno alla mia capricornica clartè. Auguri a tutti.


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