Torino nel fine settimana era gelida e grigia, ma bellissima. La guglia della Mole è stata per tre giorni conficcata in un cuscino di nebbia e, naturalmente, la collina di Superga non ci ha mai degnato di una seppur fugace apparizione. Ad alcuni il reticolo di signorili vie ortogonali pare monotono, a me invece la rende affascinante, così come i lunghi portici ancora affollati di quel genere di negozi che altrove tendono a sparire per lasciare il posto ai cloni delle grandi catene. Non che a Torino non ci siano, però trovare un negozio di barometri in via Po, e tante librerie e macellerie, gastronomie o tranquilli negozi di casalinghi in aree altrove già completamente spopolate da questo genere di commercio fa percepire che la città ha ancora una sua personalità, un carattere che lotta per sopravvivere davanti all’avanzata inesorabile della triturante globalizzazione.
Poi, naturalmente, ci sono i caffè. Con la cioccolata di Ghigo, in via Po, Santa Teresa d’Avila faceva probabilmente colazione ogni mattina, prima di cadere in estasi. Da Fiorio, sempre in via Po, andavano Cavour, Massimo D’Azeglio e Nietzsche. Ci ho mangiato una bomba gelata squisita e preso tutte le sere lo spritz, ormai diventato aperitivo internazionale, preparato da un simpatico e gentilissimo barman. Da Mulassano (danke, Marple!), in piazza Castello, prendevamo un caffè volante a metà mattina e nel sontuoso caffè Torino in piazza San Carlo ci siamo concessi l’ultimo aperitivo prima della partenza, pagato un baito ma con un buffet sardanapalico, che ci ha permesso di arrivare tranquillamente, da mezzogiorno, fino all’ora di cena.
Poi, beh, per un neobarocco come me Torino è un luogo dello spirito. Non so se mi spiego:
Il Guarino Guarini di San Lorenzo è su tutti i libri, ma trovarsi veramente sotto a questo miracolo suscita sempre una grande emozione. Peccato che in Duomo siano già in corso le pulizie di Pasqua per l’ostensione della Sindone, così che l’altro Guarini ce lo siamo solo potuti sognare. Sarà per la prossima volta. Peccato anche che la Galleria Sabauda chiuda alle 14, perchè anche a questa abbiamo dovuto rinunciare. Però il museo di palazzo Madama non è male, e se siete neobarocchi non perdetevi la GAM, dove godrete di sommi capolavori di quella produzione a cavallo di due secoli nella quale il sublime si perde nel kitsch più irresistibile:
Fra l’altro, a proposito di GAM, sembra veramente, lì dentro, di essere in Europa: un museo italiano in cui si può liberamente fotografare senza che abbaianti guardiasala ti aizzino contro torme di mastini inferociti è un caso più unico che raro. Anche questo è un segno che la classe sabauda, pur in questi tempi tristanzuoli per tutti, resiste.













