Archivio per dicembre 2009

Pasta e…

30 dicembre 2009


Leggo nella biografia scritta da Charles Neilson Gattey che Luisa Tetrazzini prima di ogni recita si faceva fuori una porzione king size di tagliatelle e uno o due bicchieri di vino rosso. Donna di carattere e di esuberanti appetiti, non paga dei mariti e degli amanti coi quali, con o senza la benedizione del cielo, conviveva, non entrava serena sul palcoscenico se non aveva potuto godere dei convincenti argomenti di volonterosi melomani che gli impresari gentilmente le facevano trovare in camerino.
Saranno state le tagliatelle, saranno stati gli argomenti, la Tetrazzini entrava in scena e buttava giù i teatri. Altri tempi, altre dive…

Pasta e Ceci

29 dicembre 2009

Per chiuder l’anno in allegria, una impressionante imitazione della Piripicchia verde del Sud Tirolo.
Da vedere col giubbotto antiproiettile.

Plich-plach

28 dicembre 2009

Ficcando il naso fra i libri di mio padre ho trovato un vecchio volume Zanichelli che contiene i sonetti romagnoli di Lorenzo Stecchetti, alias Olindo Guerrini.
Lui (mio padre) era bravo a leggere il dialetto, io molto meno. Questo, poi, è dialetto ravennate e di fine ottocento, per cui non mi è sempre chiarissimo. Ma il sonetto che trascrivo lo capisco bene, e lo ricordo anche perchè era uno dei preferiti di mio padre, che lo leggeva facendosi sempre grosse risate. Capisco che per i non romagnoli è quasi come fosse scritto in aramaico: provo a darne una traduzione letterale, altri ben più esperti di me in sonettistica potranno casomai cimentarsi con la metrica.
Premessa: il sonetto appartiene a un ciclo intitolato E’ viazz (Il viaggio), in cui si racconta di un lungo viaggio in bicicletta che Guerrini fece veramente per l’italia del Nord nel 1901. Qui, arrivata a Venezia, la comitiva si imbarca per raggiungere via mare Trieste.

Maretta

Fena vers mezanott andessom ben
Cun un mer ch’l'era less come un damasch
D’mod ch’us avdeva andè in patuglia i fiasch
E al donn filé stramezz i milurden.

Ma dop, cun la maretta da garben
A balessom la polca e e’ bergamasch
Che mè a dess: “Pulinera t’ai si casch
E t’finess in t’la panza d’i dulfen”.

Tott i’ oman i fasé la faza zala
Tott al donn al dvinté culor d’la caca
E e’ bastiment us ardusé una stala.

Mè um abrazé una vecia, una vigliaca,
Ch’l'am des: “Pardon!” l’am s’apugié a una spala
E pu: plich-plach, l’am gumité in bisaca.

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Fin verso mezzanotte andammo bene,
Con un mare liscio come damasco
Così che si vedevan girare i fiaschi
E le donne flirtar coi milordini

Ma poi, con la maretta di gherbino
Ballammo la polca e la bergamasca
Che io mi dissi: “Pulinera, ci sei cascato
Finisci nella pancia di un delfino”.

Tutti gli uomini fecero la faccia gialla,
Le donne diventarono di cacca
E il bastimento si ridusse a una stalla.

A me mi abbracciò una vecchia, una vigliacca.
Fece: “Pardon!”, mi s’appoggiò a una spalla
E poi, plic-plac, mi vomitò in tasca.

Pasta verde e gallina col riempito

26 dicembre 2009

Per me che me ne sono andato da tanti anni, il ritorno in Romagna è sempre un’occasione per riprendere confidenza con un ambiente e una lingua che inevitabilmente, anno dopo anno, sento sempre più lontani. Il dialetto, che non ho mai parlato di abitudine ma che ho imparato fin da bambino, è come ovunque sempre meno usato, però ci sono alcune abitudini linguistiche passate all’italiano che restano comuni a tutti. Se pensate di transitare da queste parti, quindi, ricordatevi che:
- minestra significa primo piatto tout court. Cappelletti e passatelli in brodo sono minestre, ma anche lasagne e cannelloni al forno, gnocchi e qualunque tipo di pasta. Se in un ristorante alla buona il cameriere vi chiede di minestra cosa vuole? significa che aspetta l’ordinazione del primo.
- pasta verde è il nome che in casa mia si è sempre comunemente usato per le lasagne al forno. Non so quanto sia ancora diffuso, di sicuro in qualche trattoria è possibile sentirlo usare. Deriva dal fatto che all’impasto delle lasagne si aggiungono spinaci cotti e tritati, che danno alla pasta un colore verde intenso.
- pizza è non solo la pizza, ma anche la piadina. Che qui si mangia al posto del pane, fatta in casa ormai raramente e venduta a tutti gli angoli di strada in chioschi a righe bianche e rosse, preparata da donnoni bianchi e rossi pure loro, che la vendono in versione semplice (la pizza, appunto) oppure in versione crescione, che sarebbe una pizza molto sottile, farcita su una metà con erbe cotte o un purè di zucca e patate (tutte le altre versioni, compresa Nutella, sono spurie e segno del mesto declino della nostra civiltà), chiusa a mezzaluna e infine cotta, come la pizza normale, sulla teglia di terracotta.
- tram equivale a autobus.
- motore significa moto: sono venuto in motore.
Poiché Romagna ed Emilia sono geograficamente, storicamente e culturalmente due regioni distinte, non fate l’errore di cercare qua i tortellini. Quella è roba bolognese, mentre da noi ci sono i cappelletti (caplét), più grandi dei tortellini, farciti con un ripieno a base di parmigiano, ricotta, noce moscata, un po’ di carne rosolata e tritata e, una volta, anche cedro candito. Già quand’ero piccolo quest’uso stava scomparendo, però io ricordo che mia nonna, che aveva una bottega di alimentari, teneva nello scaffale anche il vaso di vetro coi canditi per il compenso, che è il ripieno dei cappelletti. Questi si mangiano rigorosamente in brodo; solo nel caso di riciclo di avanzi si possono fare asciutti (dopo averli comunque cotti nel brodo), conditi col ragù. A proposito di brodo e di ripieni, tende sventuratamente a scomparire  la tradizione di fare il brodo con una gallina farcita con un composto di pangrattato, parmigiano, carne macinata e non so cos’altro. Una volta che la gallina veniva tagliata in pezzi, questo ripieno restava con la forma di un polpettone che si affettava e si mangiava freddo, e si chiamava riempito.
Per finire il vino, che io non ho mai apprezzato (infatti ho cominciato a berlo quando mi sono trasferito in Veneto) e che qui si chiama e’ béi, ovvero il bere. Un’identificazione fra azione e oggetto che la dice lunga sui miei compatrioti.

Evvabbè…

24 dicembre 2009

Non stiamo a fare gli originali, buon Natale!

“Trenitalia si scusa per il disagio”

23 dicembre 2009

Piccola storia in due tempi.

Primo tempo: ieri, in Germania. E’ il giorno del mio rientro: da Mannheim devo prendere un treno per Colonia alle 12.35 e da lì il volo per Venezia delle 17.00. Mi sveglio abbastanza presto e (la carne è debole) visto che ce l’ho davanti accendo la tv. Le immagini sono apocalittiche: autostrade sommerse dalla neve, aeroporti bloccati, Francoforte paralizzato con migliaia di passeggeri accampati a passare la notte. Già mentre il telegiornale è ancora in corso passa la notizia che l’aeroporto di Francoforte sta per essere riaperto al traffico. Comunque, sono le nove, faccio un salto in stazione, lì vicino, a vedere la situazione dei treni. Non è rosea, ci sono parecchi ritardi e alcuni treni soppressi. Vado a un banco di informazioni e chiedo notizie del mio ICE: un gentile impiegato controlla sul computer e mi dice che il treno è già in viaggio, che è in orario e che visto che la situazione si sta stabilizzando per le 12.30 sarà sicuramente a Mannheim senza problemi. E così è, alle 12.35 il treno lascia Mannheim, alle 14.05 spacca il secondo a Colonia. Certo, si viaggia in piedi perchè la situazione è quella che è, ma l’importante è che alle 15 sono in aeroporto e alle 17 il mio volo parte senza problemi.

Secondo tempo: oggi, in Italia. Guastata la valigia e rifatta, riparto in treno verso Cesena, nella Romagna solatìa dolce paese ove regnaron Guidi e Malatesta, cui tenne testa il Passator cortese, re della strada, re della foresta. Prendo l’IC Venezia-Pescara delle 15.32, che arriva a Cesena alle 18.15. Alle 15.45 il treno è ancora fermo in stazione a Venezia, e mentre un ragazzo si chiede perplesso che deve fare visto che ha una prenotazione per il posto 112 mentre la carrozza ne conta solo 108, una voce all’altoparlante annuncia che “per problemi tecnici al locomotore” il treno partirà con circa 25′ di ritardo. Verso le 16 finalmente si parte, il ragazzo si è seduto in un posto qualunque seguendo il consiglio dell’unico FS-boy apparso finora, un addetto alle pulizie che sta svuotando i cestini lasciando il resto della carrozza nello stato immondo in cui si trova. “Si metta dove vuole”, gli ha detto, “poi chieda al capotreno”. E chi lo vede, il  capotreno? Arriviamo a Bologna con i medesimi 30′ di ritardo, il treno in parte si svuota per poi riempirsi molto più di prima… e non parte più. Mentre il ritardo aumenta a 45′, poi a 60′ e nulla accade, in fondo alla carrozza scoppia una sommossa: ricordate il ragazzo del 112? bene, ci sono anche i signori del 109, del 110, del 111 e così via, fino credo al 120 o giù di lì. Tutti con la prenotazione, tutti con bagagli, tutti incazzati neri nello scoprire che i posti arrivano a 108 e basta. Nel frattempo la mia vicina, che è uscita a fumare una sigaretta, ritorna dicendo che ha bloccato un ferroviere sul marciapiede e che alla sua richiesta di spiegazioni questi avrebbe risposto che “sono finite le pastiglie” (dei freni? per il mal di testa? le Fave di Fuca?) ma che dovremmo ripartire abbastanza in fretta. Alla fine, sono ormai le 18.45, il treno riparte. Viaggia non a passo d’uomo ma quasi, ferma a Imola e Faenza anche se non dovrebbe e finalmente arriva a Cesena alle 19.55. Un’ora e quaranta minuti di ritardo su un viaggio di due ore e tre quarti, senza uno straccio di avviso. E, naturalmente, senza che nessun capotreno o controllore si sia rivelato in qualche modo per spiegarci cosa stava succedendo. La parola d’ordine, si sa, è “Trenitalia si scusa per il disagio”. Io ai signori di Trenitalia (non parlo dei poveri cristi a contatto col pubblico, che cercano soltanto di arrabattarsi in situazioni di delirio, ma dei vertici della piramide, da cui a cascata discende la melma a cui le FS sono state ridotte) ai signori di Trenitalia gli farei quello che il mio povero babbo predicava negli anni Settanta per certi cantanti rock: li manderei a zappare delle vigne. Forse l’esercizio fisico non li porterà a quell’autocritica cui sono totalmente estranei; di sicuro, però, si toglierebbero dalle palle e finirebbero di far danni e di rubare mensilmente sontuosi stipendi.

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23 dicembre 2009


Eccomi di ritorno dalla fredda Germania, ma mi pare che anche qui non vi siate fatti mancare niente.
Questa era Mannheim domenica pomeriggio: in centro la temperatura oscillava fra -8 e -4, in periferia scendeva anche sotto i -10. Poi all’improvviso +4, e infatti stamattina l’ho lasciata sotto una bigia pioggerella e nel percorso da lì a Colonia ho rivisto un po’ di neve solo verso Francoforte.
In compenso, il mio ritorno in laguna è stato salutato da una salva di sirene: questa notte si prevede una marea da +140 con massima alle 4: grazie al cielo io sto al terzo piano, per cui non corro il rischio di trovarmi il comodino che galleggia per la camera.
Che dire della mia trasferta? Intanto che il solo fatto di passare sei giorni senza nemmeno sentire nominare Berlusconi nè un qualunque politico italiano è un’esperienza rinfrancante. Poi che ho visto tre spettacoli al Nationaltheater: uno così così (“Hansel und Gretel” di Humperdinck, piccolo capolavoro un po’ tirato via), uno decisamente buono (“Die Fledermaus” di Johann Strauss) e uno ancora meglio (“Otello” di Verdi, spettacolo da grande teatro). Poi che ho mangiato come sempre benissimo. Il vertice, la Winzersteak che è la mia passione: sarebbe un bisteccone che prima di essere cotto viene passato nella senape e poi nella farina. Mangiato con le Bratkartoffeln è la morte sua, raccomandatissimo.

Parto, parto

15 dicembre 2009

Nell’accingermi a lasciare per un po’ le umidicce rive del canale della Giudecca e questa città che oggi è particolarmente belloccia, sotto il sole e il cielo azzurro e spazzata da un vento gelido di bora, constato che un souvenir deve essere cascato in testa anche ai responsabili del centro maree, perchè per la seconda volta in poche settimane abbiamo avuto acqua alta senza che nessuno si premurasse di mettere in moto le nuove inquietanti sirene, nè di inviare gli sms di allerta.
Mi trasferisco per qualche giorno oltreconfine, nella patria del mio ben più glorioso omonimo. Cercherò di resistere al bombardamento di informazioni false e tendenziose cui sarò certamente sottoposto da parte della stampa straniera, faziosa e comunista. Ho già incaricato persone di fiducia di conservarmi “Il Giornale” e di registrarmi tutti i tg di Emilio Fede, così al mio ritorno potrò prender contezza della verità sulla spirale di odio e violenza che ha messo e sempre più metterà in pericolo la vita di colui che lotta solo per il nostro bene.
Per finire, ho ricevuto la busta paga di dicembre e constato che rispetto all’anno scorso lo stipendio è calato di 150 euro. E l’anno scorso, nota bene, ero anche in una categoria più bassa. Con animo grato rivolgo un commosso pensiero a chi è stato artefice di questo miracolo e mi dico che sono felice di contribuire anch’io con questa misera somma al bene del paese e di coloro che, poveretti, non possono certo rinunciare alle Maldive per buttare i soldi in tasse. Loro lavorano, cazzo, mica sono dipendenti pubblici.

Simply amazing 2

14 dicembre 2009

Ancora più giù, ancora più giù…
(Prego osservare la faccia estasiata della corista bassetta).

Simply amazing

14 dicembre 2009

Non ne posso più di aprirmi il blog e trovare il brutto addormentato che ronfa, sognando patè di fannulloni. Adesso scenderà un po’ più giù e poi sempre più giù, fino a sparire dalla mia vista.
Santa Joan, aiutaci tu…


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