Archivio per ottobre 2009

Prima del duello

30 ottobre 2009

Restiamo con Puškin, anzi con Puškin/Ciaikovski. A una festa, Onegin ha corteggiato la fidanzata dell’amico Lenskij, provocandolo fino al punto che questi l’ha sfidato a duello. Suona familiare, no? Le analogie fra “Evgenij Onegin” e la biografia di Puškin sono inquietanti. Nell’opera di Ciaikovski siamo alla seconda scena del secondo atto: vicino al mulino dove si svolgerà il duello, Lenskij aspetta e si chiede il senso di tutto questo. Ma le regole sono le regole, il duello si effettuerà e Lenskij/Puškin verrà ucciso. Questo video è stato girato probabilmente nel 1936, sembra un’esecuzione dal vivo. La voce chiarissima di Sergei Lemeshev è un mito dell’opera russa: probabilmente nessun altro tenore al mondo – così lontano dallo stereotipo tenorile di oggi –  ha espresso come lui la nostalgia, il rimpianto, l’abbandono struggente di quest’aria.

Parbleu

29 ottobre 2009

Abbiamo superato le 400 visite. Ma chi siete? Da dove venite? Io l’ho detto a quattro persone di questo blog, non credo che ciascuno di loro si sia messo a fare dentro-fuori-dentro-fuori per cento volte. O si? Siete in vena di scherzi?

Veneziani doc

28 ottobre 2009

Come si riconosce un veneziano vero? Semplice. Recarsi in una affollata fermata di qualunque linea di vaporetto e prestare attenzione alle tre, quattro, cinque persone che invece di accalcarsi con gli altri in attesa ciondolano qua e là con studiata nonchalance. All’arrivo del mezzo, li si vedrà scattare come centometristi, entrare dall’uscita e salire in vaporetto passando davanti a tutti gli altri fessi. Quelli sono veneziani.
Attenti a fare rimostranze, diventano aggressivi o accampano oscuri diritti (sentita con le mie orecchie: “mi go un abonamento che posso passar da qua”).
Se fra i fessi, infine, ne vedete uno che manda fumo dalle narici come un toro nell’arena, quello sono io.

Il bottone di Puškin

27 ottobre 2009

bottone-puskinAleksander Puškin morì a 37 anni il 27 gennaio 1837 (bellissima allitterazione numerica, degna di un poeta), ucciso in duello dal cognato Georges d’Anthès, che lui accusava di essere il corteggiatore – forse l’amante? – della moglie. Passando un colpo di spugna sulle tonnellate di retorica e di strumentalizzazioni che la storiografia sovietica ha deposto su questa vicenda, trasformandola in un complotto organizzato per togliere di mezzo il poeta dipinto come un rivoluzionario ante litteram, Serena Vitale indaga in una mole impressionante di documentazione e ricostruisce i fatti giorno per giorno, anche ora per ora. Lettere, diari, documenti d’archivio sono setacciati e riletti con attenzione per ogni virgola, alla ricerca di ogni possibile indizio. Quella che ne emerge è una storia privata che fu sotto gli occhi di tutta San Pietroburgo, che corse di salotto in salotto, di ballo in ballo, nella quale decine di esponenti della nobiltà fino allo stesso zar ebbero un ruolo e nella quale si intrecciarono chiacchiere sotterranee, lettere anonime, complessi cerimoniali legati a una rigida concezione dell’onore.
Serena Vitale è una storica impeccabile e allo stesso tempo una splendida scrittrice, e questo è veramente uno dei libri più belli che ho letto negli ultimi anni.

Desolescion

26 ottobre 2009

01331Sabato sera mi è toccato un pezzo di tivvù; c’era un tizio che distribuiva pacchi. E c’era una cretina in lacrime perchè aveva perso un premio di 800.000 euro e doveva accontentarsi di soli 90.000. Povera crista, che ci fa con 90.000 euro? Mi chiedo cosa avranno pensato quelli che con 1.100 euro al mese devono mandare avanti una famiglia. Mi atterrisce l’idea che molti di loro erano davanti alla tivvù con moglie e figli, a godersi divertiti lo show del sabato sera. Di fianco alla cretina in lacrime, il futuro consorte taceva, gli occhi persi nel vuoto. Spero, spero per lui, che dietro quel velo di cachessia un pensiero cominciasse a prender forma: “sono ancora in tempo per sganciarmi da questa?”. Auguri.

Un po’ troppo di tutto

22 ottobre 2009

Domani scioperano i mezzi, per ventiquattr’ore: questo a Venezia vuol dire no fasce orarie garantite (bisogna assicurare i collegamenti con le isole, quelli restano e le fasce no), gambe in spalla e camminare. Per chi, uno a caso, abita a un capo della città e lavora all’altro, una simpatica prospettiva. Oggi abbiamo anche avuto la prima acqua alta della stagione e sabato notte si torna all’ora solare. Abbiamo bisogno d’altro per deprimerci?
Oltretutto mi sono imbattuto in questo:

Cara Jessie Norman, il troppo stroppia. La voce è meravigliosamente sontuosa, mai lo negherei, ma questo distillare ogni sillaba, questo centellinare ogni accento, questo caricare ogni più piccolo movimento mi fanno lo stesso effetto di una dose extralarge di zucchero messa nel budino. Più che una donna ferita e abbandonata mi ricordi una mantide religiosa che sta cercando di sgranocchiarsi il povero lui. In ogni cosa c’è una giusta misura.

Ci vuole cervello

21 ottobre 2009

C’è più di una cosa che trovo grandiosa in questo video, ma quella che più di tutte mi affascina è la respirazione di Diana Damrau. Non nell’aria, nella scena recitata: guardatela come ogni sua presa di fiato sia esattamente calibrata su quello che avrà da dire; come, pur in una scena concitata come questa, la respirazione non sia mai affannosa, rubata, messa lì come una cosa casuale. Guardatela come prende il suo tempo quando dice “Weib, meine letzte Stunde ist da…” e quello che segue. Nel canto non c’è nulla di casuale, nulla di istintivo. Non credete mai alle favole di chi dice di cantare col cuore: si canta con la testa, e se si è bravi (come qui la Damrau) si dà l’impressione che tutto nasca nell’istante stesso in cui accade. In tanti hanno provato e provano a cantare “col cuore”: di solito strillano o, se sono dotati di mezzi superiori, vivono di rendita per qualche anno e poi si spaccano. La storia del canto è disseminata dei cadaveri di chi ha voluto ignorare il fatto che la voce è come una coperta: se la tiri da una parte ti scopri dall’altra. Lo diceva Anita Cerquetti, non so se mi spiego.

E’ arrivata…

19 ottobre 2009

Difficile, per chi vede la cosa dall’esterno, capire l’ansia sottile che ti prende quando vedi, nel cumulo della posta ritirata in portineria, la busta inconfondibile che contiene l’ultimo acquisto. Quella che mi è appena arrivata è in assoluto la follia più grossa che mi sono concesso da collezionista. Ma la foto è troppo bella, e troppo bella la storia che ci sta dietro. E’ già passata sullo scanner, per la prima e ultima volta; un po’ di pazienza e arriverà anche qui.

Ma mi faccia il piacere!

18 ottobre 2009

totòalgiroCi mancava solo questa: Venezia candidata a ospitare le olimpiadi. Dopo averla svenduta in tutte le maniere, dopo averla intasata di turisti-polli da spennare, ripulire, trattar peggio possibile e rimandare a casa in fretta, dopo aver affittato le facciate di chiese e palazzi per coprirle di squallidi cartelloni pubblicitari, dopo aver lasciato morire il mercato di Rialto permettendo la sua sostituzione con un deprimente bazar di carabattole per gonzi, dopo aver lasciato che negozi, librerie, farmacie chiudessero per essere rimpiazzati da pizzerie al taglio e gelaterie, dopo aver permesso a chiunque – basta che paghino – di intasare di tavolini ogni metro quadrato di campo, calle o fondamenta, dopo aver permesso di trasformare in albergo decine di edifici storici, adesso Venezia si candida a ospitare le olimpiadi. E dove? strutture olimpiche con vista sul bacino di San Marco o in campagna, fra i capannoni industriali di Marghera e i centri commerciali di Zelarino? Gare di nuoto nei bacini dell’Arsenale? a parte questo, davvero c’è qualcuno che crede che questa città sia in grado di sostenere un’olimpiade? e davvero pensano, loro, di essere in grado di gestirla e organizzarla, un’olimpiade? quanti anni ci hanno messo per tirare su il ponte di Calatrava? otto? dieci? e ancora è là con le impalcature, a più di un anno dall’apertura, per metterci l’uovo che dovrebbe portare di qua e di là i portatori di handicap. Questa è la città con la peggiore azienda di trasporti urbani dell’emisfero boreale: disorganizzata, insufficiente, pessima sotto tutti i punti di vista. E’ una città già in stato precomatoso con i normali flussi turistici, e  in coma profondo in occasioni come il carnevale o la notte del Redentore: figuriamoci cosa diventerebbe essendo la sede delle olimpiadi. Ma, come sempre, il miraggio dei sghei fa perdere il senso delle cose. Da mercanti a bottegai: anche questo è un segno palese della fine di una civiltà.

La scatola delle cretinerie

16 ottobre 2009

01331L’ho buttata nell’estate del 2001. Sono tornato dalle ferie esasperato dallo spot che passava ogni momento sul televisore di mia madre: un milione di volte al giorno un tizio mangiava caramelle sul bordo di una vasca e diceva: “delfino goloso!”. Un’intera vacanza all’insegna del delfino goloso – l’orrido aggeggio era naturalmente sempre acceso. Torno a casa e, miracolo, il mio televisore non funziona più. Se ci credessi lo direi un segno del cielo. Ho eliminato la trappola con una soddisfazione che rasentava la libidine. Non ho mai più avuto un televisore da allora e non sono mai stato tanto soddisfatto di una decisione che ho preso; ogni volta che torno da mia madre ne ho ripetute conferme. Non voglio aver niente a che fare con quella miseria culturale, quel becerume, con le cretine che agitano il culo (tanto poi diventano ministre), con i tromboni che si parlano uno sull’altro, coi talk-show, i brunivespa, i grandifratelli, le mariedefilippi, i tiggì di regime. Voglio la rai a due canali, col film il lunedì (sul primo) e il mercoledì (sul secondo), Rischiatutto il giovedì e “la commedia” il venerdì. Chissà che c’era il martedì, non me lo ricordo più.
Credetemi, sembra difficile ma non lo è. Mai avuta nessuna nostalgia, nessun rimpianto. Cioè, insomma, un pochino per “ER” e per “Chi l’ha visto?” si. Erano le mie debolezze, amavo Donatella Raffai che grondava umanità da ogni artiglio. Ma mi sono abituato presto e non ho mai pensato che le mie sere in casa fossero un po’ più vuote perchè non avevo più la scatola delle cretinerie. Anzi, avevo un metro buono di piano d’appoggio in più: ci misi un frullatore-robot che ancora oggi trita le cipolle che è una meraviglia. Anche da questo punto di vista ci ho decisamente guadagnato.


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